Image for post
Image for post

E’ bello quando circolano parecchie idee, specialmente quanto tutto il resto è drammaticamente fermo per cause di forza maggiore. In questi giorni di immobilismo obbligato, da qualsiasi schermo a portata di mano spuntano le facce di un sacco di persone che hanno progetti da raccontare, libri da presentare, o comunque idee da condividere.

Tutto questo continua a espandersi nonostante il brusio di sottofondo degli eterni annoiati. Quelli che “non se ne può più di eventi online”, come se i carabinieri fossero sulla loro soglia di casa pronti a intervenire se ne perdessero uno. Che poi, chissà come mai, sono gli stessi che “ci sono troppi libri”, “ormai tutti scrivono libri, e nessuno li legge” a cui evidentemente dev’essere sfuggito il particolare che il rapporto tra emittenti e riceventi di qualsiasi messaggio è leggermente cambiato, negli ultimi 20 anni. …


Image for post
Image for post

La vicenda la sapete: lo scorso 25 Luglio, nella sua rubrica su “La Stampa” Mattia Feltri si pronuncia contro l’uso dell’asterisco e dello schwa per indicare il genere neutro al plurale. La proposta è controversa, io stesso non ne sono convinto al 100%, ma il punto è un altro. Essa proviene dalla sociolinguista Vera Gheno, che Feltri non nomina mai nella sua rubrica, e che peraltro si affretta a definire “accademica della Crusca”.

A stretto giro arriva la lettera del presidente della Crusca, Claudio Marazzini. Invece di prendersela con Feltri per la svista, elogia il tono ironico dell’articolo, manifesta il proprio amore per la testata, prima di far presente che “la persona” in questione (anche Marazzini si guarda bene dal nominarla) non è mai stata “accademica della Crusca”, e “da parecchio tempo non ha alcun rapporto di collaborazione con loro”. …


Image for post
Image for post

Non siamo in molti ad aver sbirciato le prime partite di Bundesliga, l’unico campionato di calcio europeo di alto livello ad aver ripreso l’attività dopo la fase più acuta dell’emergenza Covid-19.

Chi lo ha fatto, come me, ha avuto la sensazione di un compito ben eseguito. Si gioca a porte chiuse ovviamente, ci sono (pochi) contatti ma l’agonismo è minimamente credibile, le condizioni di sicurezza sembrano esserci, si può persino tifare e persino esultare a casa per la propria squadra del cuore (nel mio caso l’Union Berlin, ma questo interessa a pochi).

La sensazione prevalente peraltro rimane quella di una grande tristezza. Gli unici suoni che si sentono sono le voci dei giocatori, le grida degli allenatori, il fischio dell’arbitro. Quello che manca più di ogni altra cosa è la comunicazione tra gli spettatori (ovunque essi si trovino) e i protagonisti. …


Image for post
Image for post

Dopo aver letto varie discussioni sulle famose “regole”, ho pensato di scrivere qui le cose che consegnerei su un foglietto a qualsiasi privato cittadino (come noto ai pubblici ufficiali va invece consegnato il famoso modulo), nell’ipotesi in cui, nei rari casi in cui esco di casa, dovesse rivolgersi a me da un balcone o da una finestra, o magari proprio per strada. Perché sì, pare stia succedendo anche questo, e penso sia saggio evitare una discussione a voce che — quella sì — sarebbe molto pericolosa, sia per la diffusione del virus, sia per la resistenza nervosa di tutti.

Il mantra universale di questi giorni, #IoRestoaCasa, è un principio sacrosanto, a cui tutti devono attenersi per contenere la diffusione del Covid-19. Qualcuno ha proposto anche #IoStoAllaLarga, che indica il vero comportamento che, anche secondo gli scienziati, può limitare i contagi: tenersi a distanza dalle altre persone. Ovunque: a casa, al supermercato, sul lavoro, per finire con chi passeggia o svolge la famosa “attività motoria”. Ma dato che alla fine è la politica che decide, ed è giusto così, si è obiettato che #IoStoAllaLarga non è un concetto abbastanza chiaro, e che in molti lo avrebbero interpretato troppo liberamente, quindi va bene così: #IoRestoaCasa. …


Image for post
Image for post

[o del perché si dovrebbe fare il Museo del Fascismo a Roma]

Ogni volta che torno da Berlino ho sempre più chiara la sensazione di tutto quello che si potrebbe fare a Roma e invece non viene fatto. Di solito mi concentro su un utilizzo più razionale dei tram e delle ferrovie urbane, su cui si potrebbero scrivere interi libri, ma stavolta vorrei tentare un approccio più ampio.

Quello che colpisce di Berlino è la sua capacità di esporre le sue ferite, prima tra tutte il Muro, e poi quella di mostrare di avere imparato le lezioni, e di volerle condividere con i visitatori. A Berlino esiste un museo o un memoriale per ogni storia che valga la pena di essere raccontata. In alcuni casi è davvero una necessità fatta propria da un intero popolo, come il Memoriale della Shoah, il Museo degli Ebrei Europei, lo stesso Museo del Muro e infine il nuovissimo — e gratuito — Topographie des Terrors, dove è possibile toccare con mano gli orrori del regime nazista. …


Image for post
Image for post
Photo by Joshua Hanson on Unsplash

[pubblico qui il testo della mia relazione al convegno “Lo Sport ci Insegna” tenutosi a Monfalcone e organizzato dalla Fondazione Pietro Pittini il 13.11.2019]

Quando parliamo dell’impatto di un fenomeno come l’esperienza videoludica sulla società, è molto importante indagare su cosa succede nel rapporto tra fruitori (soprattutto giovani fruitori) e schermo, su come tale rapporto abbia delle ricadute sui vari circuiti sociali (amici, genitori, scuola, famiglia) con particolare attenzione al circuito sociale attivato dalla pratica sportiva.

Ed è ancora più prezioso quando a compiere questa riflessione sono i massimi studiosi delle discipline considerate, che traggono conclusioni sulla base del più rigoroso criterio scientifico e nella più assoluta laicità rispetto a pregiudizi di qualsiasi sorta. …


Image for post
Image for post

Da quando il Podcasting, nella sua accezione moderna, è tornato di moda, ogni tanto la mia chat si anima di persone che non sentivo da un po’ di tempo. Mi chiedono consigli su “come si fa a farne uno”, memori forse dei miei antichi esperimenti con “Pendodeliri”, il cui primo episodio ha compiuto lo scorso mese di agosto (brividi) ben 16 anni di vita.

Sono richieste, mi duole dirlo a tutti voi, fuori tempo massimo. In questi 16 anni, infatti, è cambiato tutto: le dotazioni hardware, le piattaforme online, i requisiti tecnici, per cominciare, sono lontanissimi parenti di quelli su cui avrei potuto dare qualche dritta nel lontano 2004. …


Image for post
Image for post

Da quando il Podcasting, nella sua accezione moderna, è tornato di moda, ogni tanto la mia chat si anima di persone che non sentivo da un po’ di tempo. Mi chiedono consigli su “come si fa a farne uno”, memori forse dei miei antichi esperimenti con “Pendodeliri”, il cui primo episodio ha compiuto lo scorso mese di agosto (brividi) ben 16 anni di vita.

Sono richieste, mi duole dirlo a tutti voi, fuori tempo massimo. In questi 16 anni, infatti, è cambiato tutto: le dotazioni hardware, le piattaforme online, i requisiti tecnici, per cominciare, sono lontanissimi parenti di quelli su cui avrei potuto dare qualche dritta nel lontano 2004. …


Image for post
Image for post

Con l’avvio dell’estate, in questa specie di dibattito ciclico in cui siamo imprigionati, dove tutto torna puntualmente ogni anno, è ripartita la polemica sui Festival. Servono? Non servono? Sono troppi? Sono troppo pochi? Ci avvicinano o ci allontanano alla cultura? La impreziosiscono? La mortificano? La banalizzano? La spettacolarizzano? La commercializzano?

E ancora, come si chiede Michele Serra sull’ultimo numero di Robinson, esiste una correlazione tra incontri con gli autori e il consumo di libri? E se, come Serra scommette, non esiste, anzi — la cultura consumata dal vivo toglie tempo e spazio alla lettura integrale di un libro, cosa a cui ci siamo disabituati indovinate per colpa di cosa — allora vuol dire che gli autori sono solo star (e infatti ci sono le code per andarli a sentire dal vivo)? …


Image for post
Image for post
immagini di #PasoliniLives a Medioera (VT), 11 maggio 2019

Ieri sera, mentre incontravo gli eroici spettatori al termine della terza replica di #PasoliniLives al MacroAsilo di Roma, in mezzo ai complimenti di rito (molti erano amici) risuonavano però anche parecchie domande: perché questa performance teatrale? perché non in un teatro? ma tu, non eri uno che studia i media, come mai adesso fai il commediografo? (risate registrate)

Tutte ottime domande, specialmente la più buffa, l’ultima. No, non faccio il commediografo. Così come, con Oltre il Rumore, di sicuro non sono diventato uno scrittore. Il punto, per farla breve, è che di questi tempi preferisco descrivere quello che faccio attraverso l’obiettivo che mi pongo. Potrei anche raccontare il format che scelgo, di volta in volta (il podcast, il libro, il teatro, eccetera), ma poi finirei per impelagarmi nella solita discussione sull’autorialità, sull’arte e sull’artigianato, su cosa sia un mestiere creativo e cosa non lo sia. Diciamo che un bel giorno parleremo solo di questo, e ci toglieremo tutti i sassolini dalle scarpe. Per ora, per me, è molto semplice: se non riesco a centrare l’obiettivo, se il messaggio non arriva alle persone che mi interessano, significa che ho sbagliato il format, non sono capace. E’ già successo, in passato, non è un dramma. …

About

Antonio Pavolini

every house is someone else’s Starbucks.

Get the Medium app

A button that says 'Download on the App Store', and if clicked it will lead you to the iOS App store
A button that says 'Get it on, Google Play', and if clicked it will lead you to the Google Play store