Era ancora la prima settimana di Settembre quando un gruppo di persone che stimo inizia a parlarmi dell’idea di incontrarsi a Trieste per discutere del dilagante abuso delle parole. E’ proprio questa pratica, si diceva, a svuotare di contenuti l’ecosistema dei media, dando la sensazione crescente di discussioni (online e offline) che girano a vuoto, da cui si impara sempre meno, essendo animate più da leve identitarie che da argomenti concreti. Ne sarebbe sorta una riunione di lavoro, con tavoli tematici, da cui sarebbe nato un documento cui successivamente sarebbe stata data pubblicità presso i game-changers del caso: media, aziende, istituzioni, eccetera. Con un po’ di enfasi, si iniziò a parlare di “manifesto”, ma io pensavo più a uno di quei noiosi ma utilissimi documenti che vengono approvati alla fine dei tanto vituperati congressi dei partiti, dove dopo accese riunioni di varie sottocommissioni (i “tavoli”, appunto) si approda per una sintesi finale al “tavolo della presidenza”. Ci saremmo visti, avremmo discusso, approvato il documento, e poi, ciascuno con le proprie possibilità, avremmo provato a farlo funzionare là dove avrebbe potuto rappresentare un punto di partenza per cambiare le cose, nel senso almeno di invertire la tendenza rispetto alla engagement-rat-race in cui ci troviamo adesso intrappolati.

Aderii con entusiasmo, anche perché fino ad allora si era parlato soprattutto di “lavoro” e poco di “evento”. Mi piaceva anche il calembour contenuto nel nome dell’iniziativa: con “Parole O_Stili” si sceglieva di camminare sul sottile filo che separa il metodo dal merito delle questioni, anche se era abbastanza chiaro che la parole “Ostile” poteva essere facilmente equivocata.

E così, purtroppo fu. Il primo a considerare “ostile” un sinonimo di “dissenso” fu Fabio Chiusi (altra persona che stimo molto), che si chiamò rumorosamente fuori, dicendo senza mezzi termini che le premesse dell’appuntamento triestino erano bacate alla radice: si parla di bandire il dissenso, quindi sostanzialmente di censura, quindi non vado.

Fabio non aveva tutti i torti. Mi resi infatti anche conto, purtroppo, che man mano che “Parole O_Stili” diventava sempre meno “lavoro” e sempre più “evento”, con centinaia di persone coinvolte, il patrocinio di Laura Boldrini, la benedizione di Enrico Mentana, la presenza in massa di sponsor privati, giornali e broadcast media, e soprattutto (ma anche conseguentemente) i tavoli partecipativi che diventano panel frontali, la parola “Ostile” veniva equivocata anche da chi aveva tutto l’interesse ad equivocarla. Finendo per fare della due giorni triestina la kermesse dei media buoni che insegnano ai media cattivi come devono comportarsi, come sostanzialmente confermato dai primi articoli di stampa usciti nel frattempo.

Manifestai a quel punto le mie perplessità agli organizzatori, chiedendo che venisse reso il più possibile partecipativa almeno la stesura del manifesto. Una richiesta non solo mia, e che alla fine è stata ascoltata anche grazie al “lavoro ai fianchi” di molti amici che fin dall’inizio erano entrati nel comitato scientifico del progetto. Inoltre, avendo notato che anche sul sito e in generale nella comunicazione verso l’esterno si iniziava a parlare sempre più di “evento sulla violenza 2.0” e sull’”hate speech online”, chiesi che il focus tornasse ad essere sulla violenza e sull’abuso delle parole in quanto tali, a prescindere dalla piattaforma. E in tal senso ho anche proposto l’inserimento di un preambolo al manifesto, che se da un lato potrà apparire naïf, mette i punti dello stesso in una prospettiva molto diversa.

Sia i privati cittadini, le aziende e le istituzioni che pubblicano sul web e sui social media, sia i mass media tradizionali come giornali, radio e televisione, hanno il dovere di contribuire a combattere la violenza del linguaggio e l’abuso delle parole che contamina l’intero ecosistema dei media, online e offline. Per farlo, promuoviamo l’introduzione di un nuovo quadro di riferimento, basato su un uso responsabile delle parole che prescinda dal mezzo di comunicazione utilizzato, e fondato sui seguenti principi costitutivi.

Alla fine ho deciso di partecipare, anche se, ne sono sicuro, i giornali continueranno a parlare di “incontro per combattere l’odio online” — come se le persone non facessero altro che riversare sui social media l’odio seminato in 30 anni da giornali, radio e tv. A confortarmi è la partecipazione di molte persone la cui chiarezza di vedute in materia dovrebbe risaltare sullo sfondo di una prevedibile rosticceria delle frasi fatte che in termini quantitativi probabilmente farà la parte del leone.

E ora che vi ho detto tutti i motivi nobili della mia decisione, passiamo a quelli veri:

  1. portare a Trieste tutta la famiglia
  2. mangiare e bere con gli amici in qualche caffè in stile imperiale
  3. individuare e fotografare il famoso parallelo al di sotto del quale è bello far l’amore.

E ora provate a dirmi che non ne vale la pena.

Get the Medium app

A button that says 'Download on the App Store', and if clicked it will lead you to the iOS App store
A button that says 'Get it on, Google Play', and if clicked it will lead you to the Google Play store