Sull’abolizione del suffragio universale e per una più ampia definizione di “ignorante”.

Avete presente quel mantra sempre più popolare, quello per cui dovremmo pensare di abolire il suffragio universale, visti i risultati, vista l’incompetenza di chi abbiamo scelto per governarci? Ecco, è una proposta alla quale mi sono sempre opposto, anche perché più che una volontà di farne una riforma concreta ci ho sempre visto la necessità di autocollocarsi nella categoria di quelli che il diritto al voto lo conserverebbero.

Lo conserverebbero non perchè appartenenti a un censo più elevato (come succedeva nell’Italia Liberale prefascista) ma perché più sapienti, più informati, e in definitiva più ragionevoli. In buona sostanza, si vorrebbe togliere il diritto di voto agli ignoranti, e c’è anche chi si è speso sulla soluzione tecnica per attuare una selezione a monte, suggerendo di spedire un certificato elettorale a chi abbia superato un test di domande a scelta multipla con una soglia di successo abbastanza alta, su temi di consapevolezza istituzionale e magari anche di cultura generale.

Ora, potremmo a lungo discutere sulle technicalities per passare dalla provocazione — di questo si è sempre trattato — a una riforma concreta. In fondo negli USA il fatto stesso di dover recarsi al seggio per andare a ritirare un certificato elettorale prima di ogni elezione è considerata già una selezione sufficiente, nel senso che chi va a votare dovrebbe essere abbastanza motivato da essere informato sul senso di quello che sta facendo e sulle opzioni e agende politiche in campo. Di sicuro aiuterebbe avere un ecosistema dell’informazione in grado di riportare queste agende senza assecondare l’esito elettorale desiderato dal gruppo di potere rappresentato nel CdA del gruppo editoriale di riferimento. Ma dato che siamo nell’epoca di Cambridge Analytica, e la questione è ben più complessa di così, metterei per un attimo da parte anche la questione del “padrone in redazione” a mio parere molto meno rilevante ai fini del ruolo dei media rispetto al problema della sostenibilità economica dei mezzi d’informazione tradizionalmente intesi.

Quello che qui vorrei dire è che forse l’idea di permettere il voto solo alle persone ragionevolmente sapienti, informate, e consapevoli potrebbe sedurre persino me. A patto però di essere tutti d’accordo su cosa significhi essere sapienti e informati. E soprattutto su cosa significhi essere ignoranti.

Perché, vedete bene, essere ignoranti non vuol dire solo disconoscere i benefici dei vaccini, dei farmaci, della medicina su base scientifica. Non significa solo saper verificare le fonti prima di avvalorare l’idea della terra piatta o che non siamo mai sbarcati sulla luna. Non riguarda solo la nostra nozione di quanti siano effettivamente gli immigrati extracomunitari attualmente presenti sul suolo italiano (circa il 7%) rispetto al dato percepito (il 25%), la più ampia forbice tra percezione e realtà di tutta l’Unione Europea. Non ha solo a che vedere con la nostra capacità di distinguere i massimi poteri dello stato, di discernere tra un decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale e un annuncio sui media (sempre prontissimi a farsi occupare manu militari, peraltro), o capire che un Ministro dell’Interno non può fare il Ministro degli Esteri e viceversa. E potremmo andare a lungo su questa nozione di “ignoranza” universalmente accettata da chi propone l’abolizione del suffragio universale.

No, non sono solo questi gli ignoranti, secondo me. Secondo me gli ignoranti sono anche, per esempio:

  • le persone che non sanno cosa significhi avere 20 anni, doversi laureare in tre anni lavorando alla cassa di Mondo Convenienza la mattina e in un pub la sera, con la prospettiva di vivere a casa dei genitori fino a 40 anni, e probabilmente non poter comunque mettere su famiglia, visto che bisognerà fargli da badanti fino all’ultimo respiro;
  • le persone che non capiscono come mai un cassintegrato dell’Indesit preferisca comprare la passata di pomodoro da cinquanta centesimi da Todis invece che acquistare quella Bio-Km Zero da 2 euro e 99 al negozietto equo e sostenibile all’angolo, anche se la seconda opzione garantisce contratti trasparenti e condizioni di lavoro dignitose ai raccoglitori di pomodori;
  • le persone che non sanno che quando arriva ferragosto molti trentenni vanno in vacanza dai genitori al paesello, semplicemente perché i soldi per andare in vacanza altrove non ci sono, ed è magari anche per questo che non hanno modo di vedere quanto sia più sapiente, civile e avanzata l’algida società mitteleuropea di cui pensano di far parte;
  • le persone che non sanno che nella scuola pubblica c’è un modo per evitare che i figli adolescenti, chiamati a fare l’alternanza scuola-lavoro, non vadano a fare benzina o a servire Moscow Mule in qualche locale fighetto dedito al riciclaggio: pagando un bel po’, infatti, potranno iscrivere i loro figli a prestigiosi progetti di alternanza con viaggi all’estero e visite alle istituzioni europee, favorendo le carriere di dirigenti scolastici ormai ridotti a manager della cristallizzazione sociale e delle competenze professionali;
  • le persone che non sospettano che se svolgono un lavoro creativo e non alienante o di pura fatica fisica, magari non è tanto per il loro talento o la loro determinazione (a volte sì, ma non sempre, anzi direi non abbastanza spesso), ma semplicemente perché c’è stato qualcuno che per anni ti ha mantenuto agli studi, ti ha pagato la formazione professionale, ti ha dato il tempo e la possibilità di entrare in contatto con gli ambienti giusti senza doverti troppo preoccupare di sbarcare il lunario.

Ecco, anche su questo tipo di esempi sarei potuto andare avanti molto a lungo, ma spero siano rappresentativi della mia necessità di estendere il concetto di “ignoranza” fino a un punto che potrebbe far cambiare idea anche a me, sulla questione di abolire il suffragio universale. Dato però il persistere di una nozione molto parziale di “ignoranza”, direi che per ora il suffragio universale me lo terrò stretto, forse perché magari sarò anch’io ignorante su molte cose ma la storia l’ho studiata e ricordo come andavano le cose prima del 1945: non benissimo.

every house is someone else’s Starbucks.

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