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Sto scrivendo una roba un po’ più lunga.

Quella che finalmente, alla soglia dei cinquant’anni, io mi sia dato una proverbiale calmata e abbia smesso di infliggervi il mio pensiero sui vecchi e nuovi media dell’universo conosciuto è la più illusoria delle illusioni (la ripetizione è rafforzativa).

Se non mi sono speso molto di recente è perché da qualche mese sono abbastanza occupato a scrivere un ebook per Informant, quelli che in passato hanno pubblicato cose molto belle di Mafe de Baggis, Pierluca Santoro, Carola Frediani, per intenderci.

Il fatto di ritrovarmi in così buona compagnia da un lato mi lusinga, dall’altro mi spaventa non poco. Questa non solo è gente molto più preparata di me. Sono anche persone a cui se chiedi “cosa intendi qui?” o “come dimostri questo?” ti risponde in un attimo, magari con una metafora brillante che fa sembrare tutto semplice.

Io no. Io scrivo in modo complicato, e se mi chiedono di spiegarmi peggioro le cose. Per questo motivo sto faticando parecchio, eliminando con l’insetticida le troppe parentesi e i troppi incisi che ancora infestano il mio periodare, rendendolo paurosamente involuto. Ma ci sto riuscendo (leggi: il mio editor ci riuscirà, e comunque non in questo post che ha già una media di una parentesi ogni dieci righe).

Non posso ancora dirvi molto sul tema, per ora c’è un hashtag che poi è anche il titolo di questa cosa: #OltreilRumore.

Ha a che fare con l’ancora fortissima stretta dei mainstream media sull’immaginario delle persone e sui piccoli passi che dobbiamo fare, tutti insieme, per liberarcene. Dove internet è solo l’habitat naturale di questa transizione, così ovvio da diventare quasi trasparente.

Una cosa abbastanza sicura è che ne parleremo a #IF2016, il festival pisano che ben si presterà a presentarlo in anteprima, visto che quest’anno promette di ricostruire i tessuti, le connessioni, le trame spezzate dal racconto dominante della Rete, quello oscurantista, durissimo a morire e al quale dovremmo tutti smettere di credere.

Adesso torno a scrivere. A presto :)

every house is someone else’s Starbucks.

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