Sopravvivere al Rigopiano e subire una nuova slavina d’odio: il problema della “linea rossa”.

La vicenda di Giorgia Galassi, una degli 11 sopravvissuti alla strage dell’Hotel Rigopiano, è abbastanza esemplificativa del modo in cui i media raccontano l’incrocio tra un fatto emotivamente rilevante e i meccanismi del cosiddetto “odio online”.

Ricapitoliamo i fatti. Dopo il suo salvataggio, la 22enne salvata dai soccorritori pubblica un post su Facebook, fondamentalmente per ringraziare chi ha sperato fino all’ultimo nella sua salvezza.

Il post diventa immediatamente popolare, con migliaia di like e ricondivisioni. Nel giro di poche ore la ragazza viene fatta oggetto di decine di commenti negativi, con punte di vera e propria violenza verbale. L’accusa, in questo caso, è di essersi dimostrata insensibile verso chi ancora non era stato salvato, per esempio postando anche la foto di un regalo ricevuto da Londra.

Nella “rete” è persino finita una omonima di Giorgia Galassi, che — oltre a molti commenti solidali, evidentemente fuori bersaglio — ha ricevuto accuse ed insulti per le foto pubblicate (come questa qui sotto) quando ancora il bilancio delle vittime non era definitivo. E attenzione, parliamo di una persona del tutto estranea alla vicenda del RigoPiano.

Si tratta di uno dei più classici e sconfortanti esempi di quello che in molti non esiterebbero a definire online hate speech, contenendo tutti gli elementi che normalmente i media associano a questa categoria. L’invidia 2.0, l’induzione del senso di colpa 2.0, il sessismo 2.0, la violenza verbale 2.0, e qualsiasi altra nefandezza umana che possa essere associata ai social media.

Ma, al di là della naturale considerazione che tutte queste miserabili manifestazioni esistevano anche prima del Web, e semmai internet ha avuto il merito di rivelarci quanto presenti siano nella natura umana, forse si dimentica qualcosa.

Quando una persona comune si ritrova improvvisamente, e suo malgrado, al centro della ribalta, anche se la notizia è del tutto positiva, si innesca un tipico ciclo della comunicazione “di massa”, molto distante e molto lontana dalle logiche con cui normalmente usiamo facebook o twitter nelle nostre cerchie di conoscenti. In prima battuta commentano, soprattutto per felicitarsi, migliaia di perfetti sconosciuti, che non vogliono far altro che condividere il sollievo e la voglia di tornare a vivere, di una studentessa di Giulianova di 22 anni, che ha tutto il diritto di lasciarsi questa brutta esperienza dietro le spalle. Poi però succede puntualmente una cosa: superata una certa soglia di engagement la massa di commenti “empatici” genera automaticamente un mercato di visibilità per l’ondata successiva, quella degli haters pronti a riversare sulla ragazza una nuova slavina, dopo quella di ghiaccio che ha colpito l’Hotel: quella delle famose “Parole Ostili”.

Se davvero la condizione necessaria per scatenare le più violente ondate d’odio online è aver superato, seppur per pochi giorni, la linea rossa della celebrità, forse dovremmo chiederci perché abbiamo strutturato l’intero ecosistema della comunicazione di massa intorno a questa fatidica linea. Da sempre, ma soprattutto da quando esiste la televisione commerciale, quello che conta sui media non è quello che diciamo, ma se esistiamo oppure no. Per decenni l’unica condizione per “esistere” è stata essere “invitati” dai distributori esclusivi di informazione e intrattenimento, oltre questa famosa linea, un po’ come faceva Maurizio Costanzo nel suo salotto televisivo. E non appena salivamo su quel salotto, eravamo oggetto di insulti, odio e invidia, di cui peraltro il nostro stesso personaggio doveva nutrirsi per poter sopravvivere più a lungo possibile su quella ribalta. Ricordate la giovane scrittrice snob sul palco dei Parioli? Erano gli insulti di Sgarbi a tenerla in vita. Quando smise di insultarla, smise di esistere anche per il Costanzo Show, e ritornò rapidamente nell’oblio.

Questo modo di organizzare lo spazio pubblico, che fu la televisione commerciale a formalizzare per prima, ha rapidamente contaminato media più “colti” come i giornali e la radio. Finendo per trasformare più o meno tutta la scena mediatica in una sorta di reality, dove tutti lottano in modo che il gioco, a un certo punto, non “finisca qui”.

Pretendere che dopo trent’anni di legittimazione di questo modello che premia l’esserci, e non il valore di quello che abbiamo da dire, internet ci trasformasse tutti i virtuosi autocensuratori, che riconoscono le proprie lacune e il proprio vuoto di contenuti, è davvero wishful thinking.

Basta ricordarsi cosa accadde quando Radio Radicale iniziò, negli analogicissimi primi anni novanta, a mandare in onda, senza alcuna mediazione, i messaggi in segreteria telefonica (“Radio Parolaccia”) per farci capire quanto non dovremmo stupirci di quello che le persone scrivono quando hanno la sensazione di poter essere molto letti, come in un qualsiasi thread che ha già migliaia di commenti e condivisioni.

Questo non significa doversi rassegnare alle ondate di odio che sono “online”, semplicemente perché è l’unico luogo dove i nostri peggiori istinti possono venire fuori senza la mediazione del Maurizio Costanzo di turno. Significa però avere più chiare le cause profonde della violenza verbale che riscontriamo. Che non sono solo legati al particolare, nuovo rapporto che abbiamo con questi schermi portatili, come alcuni rispettabilissimi studi scientifici confermano. Ma hanno anche molto a che vedere con il modello “linea rossa” cui i media precedenti hanno lavorato alacremente per decenni, e che difficilmente oggi, da un popolo improvvisamente armato di tastiera, avrebbe potuto restituirci qualcosa di diverso dalla prepotenza, dall’insulto, dal mancato rispetto della persona umana.

every house is someone else’s Starbucks.

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