Sono stato facebook friend di Mario Adinolfi

Mario Adinolfi è stato uno dei primi blogger italiani. Di più, è stato il primo a riuscire a fare del suo essere “blogger” un mestiere, una fonte di remunerazione. Non immediatamente ricavi, piuttosto “rendite relazionali” per il fatto di essere stato tra i primi a capire il potenziale di questo strumento, ben prima del sorgere dei social network.

Lui, che negli anni ’80 scriveva per Avvenire e firmava servizi per Radio Vaticana, fu tra i primi a provare a spiegare ai giornali che sarebbero stati — più o meno, prima o poi — del gatto, cioè del Web.

E così come ancora oggi il grosso del business dei “traghettatori digitali” è far pagare il digital divide a chi ha ancora dei vecchi soldi da spendere (perché i “nuovi soldi”, in questo paese, li hanno visti davvero in pochi per ora) lui capì subito di essere in una posizione di vantaggio, e fu bravissimo ad approfittarne.

E dato che i primi a capire i suoi discorsi non erano dei conservatori, ma (chissà come mai) dei sedicenti progressisti, ce lo ritrovammo nel giro di pochi mesi a ricoprire il ruolo di maître à penser digitale del PD e non di Forza Italia. E diceva e scriveva, in quanto “blogger” cose sensate, le stesse che capivamo in quegli anni anche noi, che nel 2003 avevamo un blog, anche se per noi era solo un giocattolo. In ogni caso era del PD, i cattivi erano dall’altra parte, quindi — pensavamo — non poteva certo fare troppo male. Mica l’avevo capito, allora, cosa fosse e soprattutto cosa stesse per diventare, il PD.

E insomma ce lo ritrovavamo a parlare ai primi incontri carbonari tra blogger, quelli senza sponsor, quelli in cui nessuno di noi provava “ad andare in televisione” perché era tutto un gioco, eccitante, ma comunque un gioco.

Ma per lui non era affatto un gioco. Era la lucida costruzione di una carriera. Giornalistica, e poi politica. Oppure le due cose insieme, come molti giornalisti analogici e politici analogici ben sanno e ben hanno capito da sempre.

Poi arrivò Facebook, e siccome noi “blogger” (quanto fa ridere adesso questa parola) bene o male ci leggevamo, lo aggiunsi come facebook friend (o forse fu lui, adesso non ricordo) perché indubbiamente era uno da cui avevo imparato qualcosa, anche se non ci eravamo mai conosciuti nella vita reale.

Nel frattempo ce lo ritrovammo al TG1, poi in altre TV, guarda caso con Daniele Capezzone, e qui avremmo già dovuto capire molte cose. E cioè che la conoscenza del mezzo, e la conoscenza dell’epoca neozoica in cui vivevano i suoi “acquirenti” veniva prima di tutto. Anche prima delle sue idee. In molti, anche dopo, copiarono il modello. Si agitarono sul web per andare in televisione, per scrivere un libro, per diventare qualcuno nel vecchio mondo. Il che naturalmente è del tutto legittimo e persino onesto, ma non se lo fai per tirare il freno, non se cerchi di portare il mondo indietro, e non avanti.

Fu allora che compresi che l’importante (per lui e per altri) era trovare qualcuno che le comprasse, le sue idee. E attenzione: anche in questo caso lui fu il più bravo, il più intelligente, il primo. Il primo a capire che online, le idee, le opinioni, sono oggetto di un mercato. Quello che provai a chiamare, in uno sfigatissimo Barcamp del 2009, la “coda lunga delle opinioni”.

Su internet non era necessario, azzardai allora, avere l’idea di maggioranza. Perché, proprio come coi libri di nicchia di Amazon, l’importante era presidiare e gestire una promettente nicchia di opinioni, e costruire lì la tua identità. Quella che poi avremmo chiamato “marketing delle idee” oppure — brrr — “personal branding”, in base alla capacità di presidiare quelle idee e tirarci su, intorno, una bella community fondata su leve identitarie. “Io qui troverò solo persone che la pensano come me”, ed è fatta.

Lui lo capì per primo. Capì che sarebbe stato molto utile rappresentare online, e quindi anche offline, certe idee dure a morire, tanto ormai giornalista e parlamentare lo era già diventato, con la spilla del PD sul petto (ma questo poco importa). E quindi a un certo punto WHOOOSH sentimmo tutti lo spostamento d’aria e ce lo ritrovammo a fare ancora da maître à penser digitale, ma dei teo-dem di casa nostra, contesissimi dalle varie formazioni politiche in quanto serbatoio di consensi praticamente inestinguibile.

Io non lo leggevo più da tempo, ma quando lo ritrovai quasi per caso ormai lontanissimo anche dalla figura del “blogger” che avevo conosciuto, decisi di unfriendarlo, tanto nel frattempo avevamo capito tutti che essere “friend” di qualcuno su Facebook vale davvero come il due di picche, e infatti non credo se ne sia nemmeno accorto.

Adesso è ancora lì, a combattere contro i matrimoni e le adozioni dei gay, mentre il mondo manda piccoli, insignificanti segnali di segno opposto. Ho persino difficoltà a capire se sia davvero disonesto intellettualmente, magari adesso no, magari è sempre stato quello di Avvenire e i veri mal di pancia risalgono a quando militava nel PD, ma mi viene il mal di testa solo a pensare alle giravolte, e preferirei stare sull’ottovolante di Battersea Park.

E allora mi viene da scherzarci su, di usare la sua foto profilo coi colori di #LoveWins, perché non ce l’ho mai fatta, non ce la farò mai, a prendere queste cose sul serio, a misurarmi il pelo sullo stomaco per mangiare una crespella in più su qualche terrazza romana.

Forse sono ancora meglio il pluriball e gli amici di sempre.

every house is someone else’s Starbucks.

Get the Medium app

A button that says 'Download on the App Store', and if clicked it will lead you to the iOS App store
A button that says 'Get it on, Google Play', and if clicked it will lead you to the Google Play store