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Seguire il Festival di Sanremo è un genuino piacere per oltre 20 milioni di italiani, e un ovvio dovere professionale per chiunque si occupi di comunicazione di massa in questo Paese.

Per molti spettatori la vera leva è l’esplicita e quasi rivendicata appartenenza del festival alla cultura trash, che naturalmente prescinde del tutto dai suoi contenuti (musicali e non). Inoltre la dimensione sociale della fruizione, che una volta si limitava ai raduni nelle case, davanti al televisore, risulta oggi moltiplicata a dismisura dai social network. Mai come quest’anno è apparso evidente che la c.d. “Social TV” (con tutte le virgolette del caso) è qualcosa di del tutto liquido e nominale, che attraversa piattaforme, applicazioni, presunte tecnologie abilitanti.

L’unica cosa nuova che accade veramente è che una, e una sola nuova tecnologia — il Web — ha ingigantito il talkabout in tempo reale, trasformando questi giorni in un ineludibile momento di aggregazione che riguarda tutti, a cominciare dagli snob che, nel momento stesso in cui proclamano che “non guarderanno Sanremo” fanno già parte di Sanremo anche loro.

Non dobbiamo però dimenticare che la parte rumorosa della rete, quella che twitta compulsivamente con l’hashtag #Sanremo2015, rimane una netta — per quanto rumorosissima — minoranza. In silenzio, la stragrande maggioranza degli spettatori guarda il Festival non perché “è trash”, ma perché “sono belle le canzoni”, “ci sono tutti i personaggi dello spettacolo”, come è giusto e sacrosanto che sia.

Da un punto di vista strettamente televisivo, è anche un prodotto realizzato con grandissima professionalità, come è ovvio che sia considerato quanto — in termini di raccolta pubblicitaria, ma anche di prestigio del suo flagship show — la televisione di Stato, da sempre minacciata dalle più violente tempeste politiche ed economiche, si gioca ogni anno in questi giorni. Sì, perché se il Festival funziona, tutto ok. Ma se qualcosa non va allora “cosa paghiamo a fare il canone” oppure “perché tutti quei soldi pubblici a Carlo Conti” e così via. E’ così da decenni, sarà sempre così.

Se siamo d’accordo su questa lunga premessa, quello che è più difficile capire è come mai, puntualmente, ogni anno, ci si debba stupire della scarsa qualità delle proposte musicali anche ad opera di artisti di valore indiscusso.

Dovrebbe infatti essere chiaro a tutti che una volta saliti su quel palco è normale che la canzone, ma anche il modo in cui viene presentata, abbia poco a che vedere con la storia, il percorso, e a volte persino il talento di chi la propone.

Non dovremmo mai dimenticare che il giudice ultimo di ciò che potrà funzionare televisivamente su quel palco (cosa infinitamente più importante di chi vincerà il Festival) è — nella migliore delle ipotesi — il Responsabile Marketing della Findus o un suo omologo. E’ lui quello che paga, ed è lui che deve avere un ritorno economico dal suo investimento pubblicitario. E tutta la catena distributiva che ne consegue dovrà obbedire ai suoi vincoli, alle sue regole, che intersecheranno sia la voglia di trash e di talkabout digitale della minoranza rumorosa sia quella di “belle canzoni e bravi presentatori” della maggioranza silenziosa.

Se quindi, sapendo tutto questo, ci scanniamo tanto su “chi canta meglio”, chi “è più onesto sul palco”, chi “rispetta il proprio percorso artistico”, sorge spontanea una domanda, e cioè: voi davvero, nel corso dell’anno, vi fareste consigliare che musica ascoltare dal Responsabile Marketing della Findus? Ora, essendo questo signore— non ho motivo per dubitarne — un grandissimo professionista nel suo lavoro, ma non precisamente in cima alla mia classifica dei consulenti musicali, penso siate d’accordo con me nel rispondere: “certo che no”.

Tutto questo per dire, come provo a fare con alterne fortune da una decina d’anni a questa parte, che se l’unico modo per fare soldi della televisione passa ancora da una struttura di costi così mostruosamente pesante da prevedere l’allestimento di un carrozzone del genere, non possiamo, non abbiamo il diritto di sorprenderci se quello che succede su quel palco è “artisticamente disonesto”. Perché questi signori, tutti, pur essendo spesso dei grandi artisti, quando salgono su quel palco sono anzitutto dei grandissimi professionisti. Una professione comporta un guadagno, e se il guadagno è permesso da un modello di business che prevede un solo tipo di struttura di costi, determinate regole, determinati vincoli, e questa è l’unica musica che rispetta questi vincoli, questa è l’unica musica che ascolteremo al Festival di Sanremo.

Fa cacare? Certo. Ma finché continueremo a giocare al trash, a sentirci obbligati (e no, per un puro caso siamo gli unici a non essere tecnicamente obbligati) a partecipare alla sagra collettiva, altrimenti per qualche giorno non esisteremo, perché saremo tagliati fuori da qualsiasi discorso, sarà perfettamente legittimo farlo. Ma — vi prego — non lamentiamoci se da noi nessuno organizzerà mai cose come SXSW, che hanno un modello di business appena diverso. Perché no, non ce lo meritiamo e non ne abbiamo alcun diritto.

every house is someone else’s Starbucks.

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