Roma, il Sindaco, la Grande Bellezza e tanti altri sassolini, praticamente una secchiata di ghiaia.

Se ne sono dette e scritte tante, su Roma e su quello che sta succedendo a Roma in questi giorni. Ho letto e sentito soprattutto molti aforismi, molti pensieri tranchant, tutti assiomi definitivi, su Roma e sui romani, sulla colpa di elettori ed eletti, ma davvero poche ricostruzioni su un problema — quello della Capitale — che essendo complesso e dalle radici lontane richiede un minimo di approfondimento.

Pur non essendo romano, vivo a Roma da più di trent’anni. Quindi, come tanti altri qui, mi considero cittadino d’adozione. Ho vissuto anche a Milano e in città di provincia della Toscana e della Liguria, due situazioni distinte che rappresentano tuttora il mio termine di paragone sia per ciò che riguarda la qualità della vita, sia per le famose questioni civili che tornano inesorabilmente a galla quando si parla di Sud, di Centro, di Nord e della nostra odiatissima Capitale.

Sì, odiatissima. Questa è la prima cosa che ho capito di Roma soprattutto quando ho vissuto altrove. Sull’odio verso Roma è stato costuito un intero racconto politico, che ha svolto un ruolo chiave negli ultimi trent’anni di cronache della società italiana.

A questo proposito c’è un primo importante nodo da sciogliere. Il ritratto e la percezione di Roma in due realtà che dovrebbero essere antitetiche, da un lato la provincia, dall’altro la cosmopolitissima Milano, sorprendentemente coincide. Sia nella piazzetta di Lumezzane, sia sulla terrazza Aperol di Piazza del Duomo, Roma è vista come un bubbone di clientele e di privilegi costruito ad arte dai romani, approfittando del regalo piemontese di poter essere ingiustamente Capitale, ed esercitato a spese dei cittadini onesti che lavorano e producono nel resto del Paese.

Si crea così una meravigliosa dicotomia (Roma ladrona, resto dell’Italia vittima) che costituisce un perfetto e rivendibilissimo alibi per poter far rientrare nella retorica delle virtù di matrice austroungarica dei capolavori di civiltà e trasparenza nella vita pubblica come Tangentopoli, Porto Marghera, il MOSE solo per sorvolare sullo scandalo di Expo che a tutti (a evento in corso) conviene mettere da parte.

Tanto “Roma ladrona” è uno slogan sempre e comunque rivendibile, e i colpevoli sono e saranno sempre i romani, mentre gli scandali che punteggiano la vita pubblica del grande Nord sono sempre e comunque riconducibili ad una corruttela romana, quasi un virus da estirpare rispetto alle virtù padane, e pazienza se i suoi campioni sono gli eredi dei rimborsi della palestra del Trota. Non è infrequente, quando accompagni per le strade di Roma amici del Nord, riscontrare il ricorrere di questo double standard: se passi davanti a un monumento appena restaurato, circondato da un certo decoro, ti diranno che è “facile, coi soldi del Nord”. Ma al primo mucchio di spazzatura ai lati della Tiburtina ti diranno “è perché i romani non sanno amministrare, da noi non succederebbe”.

E’ un racconto che trionfa, e si autogiustifica e si autoperpetua. Basta un opacissimo e obsoleto carrozzone di cartapesta come Expo, un monumento all’insostenibilità che può urlare tutti i giorni dai suoi mille megafoni quanto è virtuoso e sostenibile, e la Milano da bere è sempre pronta a risorgere dalle proprie ceneri. Mentre i volti di Formigoni e della Moratti, dimenticati in fretta come il Trota, cedono rapidamente la scena allo sguardo rassicurante di un buon amministratore, Giuliano Pisapia. E intanto Roma, nella sua qualità di città eterna, rimane anche l’eterna fogna di tutte le corruzioni e di tutte le corruttele e ha solo bisogno di sempre nuove facce che ne rappresentino plasticamente l’irrecuperabilità.

E qui accade la cosa più sorprendente. Che succede se disgraziatamente salta fuori un uomo, per giunta un uomo del Nord, che si rivela inadatto allo scopo? Un uomo onesto, che quindi disturba il comodissimo racconto della Roma prostituta e ammiccante, perché per primo le cose vere le fa, consegnando i bilanci di Alemanno alla Guardia di Finanza, chiudendo la vergogna della discarica di Malagrotta, azzerando i vertici delle municipalizzate corrotte? Che succede in questo caso, da che parte si schierano i poteri economici, la stampa, le genti dell’algido e meraviglioso Grande Nord? Al fianco del “marziano” e inavvicinabile (sono parole di Carminati) Ignazio Marino oppure al fianco di quella Roma che vuole che nulla cambi, ed è pronta a mandarlo a casa per rimettere le cose a posto, cioè ogni mafia al proprio posto?

Ebbene, direbbe Guzzanti, la seconda che hai detto. Buffo, no? Tutta la grande stampa retta da sempre dalle grandi e intoccabili (loro, sì) famiglie industriali del Nord, quella che da sempre decanta le lodi delle fabbricone e delle fabbrichette, e pazienza se l’evasione fiscale galoppa, ma anche del sud vittima dell’abbandono o dell’assistenzialismo, e il centro coi suoi meravigliosi borghi e l’economia della conoscenza, e i distretti industriali e commerciali e i capannoni che risorgono dopo i terremoti, e le PMI, e le partite IVA, cosa vogliono in coro? Che Marino si tolga dalle scatole.

Ma a ripensarci è ovvio. Questo racconto di Roma, quello che Marino prova a scardinare, è troppo comodo, troppo importante per il Paese, per il piano della rappresentazione di una nuova classe dirigente di onesti e sanguigni energumeni che installando un biliardino e due letti a castello nei propri open space hanno risolto una volta per tutte il tema del “quale parte del Paese siamo”. Troppo comodo per rinunciarci a causa di questo chirurgo, quasi uno scherzo della natura, che per dire cosa fa e cosa intende fare è costretto a mettere imbarazzanti e tremolanti video su facebook visto che se alza il telefono le agenzie nemmeno rispondono, tanto sono impegnate ad accogliere le dichiarazioni di chi gli spala fango addosso.

E poi — non dimentichiamolo — è troppo bello dare la colpa ai romani, perché in Italia è sempre colpa di qualcun altro. E infatti parte integrante di questo racconto, da sempre, è il principio secondo cui a ogni elezione politica si insediano 630 deputati e 315 senatori onesti, da ogni parte d’italia. E’ Roma che poi inesorabilmente li corrompe. A corromperli sono i nostri baristi, sono i nostri cappuccini, i nostri tramezzini, i caffè da S. Eustachio, sono le terrazze, sono la Roma e la Lazio, e poi sono i tramonti e i parchi e le rovine, e insomma la colpa è della Grande Bellezza. Un film che — detto per inciso — ho trovato tecnicamente splendido, ma narrativamente molto fuorviante, proprio perché freudianamente comodo e consolante per gli eterni cantori di questa storia senza fine.

Un racconto che si potrebbe smontare in un secondo, facendo notare un piccolo dato statistico: i romani (è l’ultima volta che uso il corsivo) non ci sono. Non esistono più. O meglio, quelle poche centinaia di vecchietti discendenti di persone nate qui da qualche generazione, che se ne stanno rintanati nei loro appartamenti a Trastevere o Testaccio, non hanno alcun influsso sulla vita della città, figuriamoci del Paese. Però servono per l’iconografia di un racconto per cui le grandi e piccole clientele, le scandalose indulgenze e guarentigie, le mille estorsioni quotidiane sono colpa del ponentino. Un venticello-virus che ha una incubazione inferiore a un weekend: non a caso i tifosi olandesi ci mettono poche ore a capire che la barcaccia può essere distrutta, tanto loro sono civili, quindi torneranno civilmente nel loro paese civile dove nessuno butta mai nemmeno una carta per terra. E poi loro non hanno il Papa, quindi — a parte quei piccoli inconvenienti come a Srebrenica — è il loro inarrivabile calvinismo a renderli etnicamente più virtuosi.

Sono pressoché sicuro che alla fine ci riusciranno, a far dimettere questo buffo omino che purtroppo stava facendo le cose. Tanto qui abbiamo il ponentino, le fontane, la cicoria, il sole passa tra i pini e si specchia sul travertino. La gente che si aiuta nei quartieri popolari, invece di guardarsi di sbieco da una villetta all’altra. I ragazzi che si perculano coi loro sorrisi dolci e sguaiati in qualche crocchio di scooter all’angolo di un marciapiede.

Troppo bello perché si possa anche permettere che funzioni.

every house is someone else’s Starbucks.

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