#RegistrareTutto: il podcasting come atto militante.

Da quando il Podcasting, nella sua accezione moderna, è tornato di moda, ogni tanto la mia chat si anima di persone che non sentivo da un po’ di tempo. Mi chiedono consigli su “come si fa a farne uno”, memori forse dei miei antichi esperimenti con “Pendodeliri”, il cui primo episodio ha compiuto lo scorso mese di agosto (brividi) ben 16 anni di vita.

Sono richieste, mi duole dirlo a tutti voi, fuori tempo massimo. In questi 16 anni, infatti, è cambiato tutto: le dotazioni hardware, le piattaforme online, i requisiti tecnici, per cominciare, sono lontanissimi parenti di quelli su cui avrei potuto dare qualche dritta nel lontano 2004. Molto meglio rivolgersi a chi ha iniziato qualche anno fa, cavalcando la nuova onda.

Ma soprattutto, come accennavo, è cambiato lo scopo stesso e il significato del podcasting. Anche se continuo ad affannarmi nello spiegare l’importanza della syndacation (la possibilità di abbonarsi a una serie per scaricare automaticamente gli episodi, permessa dall’ormai desueto protocollo RSS), forse dovrei arrendermi: la parola “podcast” oggi indica semplicemente un file audio ascoltabile in rete.

Più estesamente, il podcasting, dopo le newsletter e prima ancora i video su Youtube, è inteso come “ un altro modo di inseguire audience online”, di avere seguito, di avere influenza, di fare personal branding investendo un pubblico di fruitori (più o meno passivi) del proprio pensiero e dei propri contenuti. Perché content is king, d’accordo, ma distribution is queen, e allora tanto vale scegliere la piattaforma di distribuzione più potente per i propri scopi, e solo dopo decidere come strutturare il contenuto.

Tutto perfettamente legittimo. Persino auspicabile, specialmente laddove il podcasting, come le newsletter del resto, riesca a costituire un’isola dove fuggire là fuori rispetto ai recinti del presidio dell’attenzione che sono ormai diventati social media come Facebook e (in misura meno molesta) Twitter. Restituendo in definitiva un valore alle nostre scelte rispetto allo smart (?) discovery ormai strabordante nella nostra esperienza online.

Grazie al podcasting, un numero crescente di persone riescono infatti a dare un senso ai propri tempi morti proprio grazie alla personalizzazione della propria dieta audio, che permette di inseguire i propri interessi ( the bubble), ma anche le proprie curiosità al di fuori di essi ( serendipity), senza che qualcuno — almeno per ora — possa orientarle più di tanto. Gli smart speaker come Alexa o Google Home, ormai presenti in molti anfratti delle nostre vite, fanno il resto, accogliendoci all’ora della colazione con una playlist di “cose” che quasi sempre, finalmente, abbiamo scelto noi.

Tutto molto bello, direbbe Bruno Pizzul. Però c’è un però. Quasi nulla di quello che oggi ascoltiamo in podcasting nasce per essere archiviato e ripescabile in qualsiasi momento. Proprio come per i primi blog, una delle ragioni fondanti del movimento iniziale del podcasting, e cioè la creazione di un archivio crescente di contenuti richiamabili con un link statico, attraverso una rete di “feed” riaggregabili con qualsiasi software, sembra essere venuta meno.

D’altronde, dato che abbiamo deciso di usare la rete come la televisione, e di viverla in un “eterno presente” che si rinnova continuamente, nessuno si straccia più le vesti se i link statici sono “rotti”. Gli unici, forse, a farlo ancora, sono i volontari di Wikipedia, che devono rimettere continuamente le mani sulle pagine della tanto vituperata (ancorché preziosissima) enciclopedia online.

Ecco, credo che sotto questo profilo non tanto le piattaforme, che giustamente fanno gli interessi degli azionisti, quanto i “consumatori” della rete, e in particolare chi ne ha sperimentato le funzionalità fin dagli albori, abbiano una importante responsabilità nella “vittoria della smemoratezza”, un esito che non possiamo rassegnarci a considerare definitivo.

E proprio per questo, credo sia opportuno iniziare a considerare una nostra responsabilità quella di #RegistrareTutto ciò che a nostro parere abbia un valore, e “fermarlo” in un luogo che dia davvero garanzie di archiviazione online nel tempo, come per esempio Internet Archive. E questo a prescindere dalle nostre esigenze di personal branding, ma anche solo perché potrebbe interessare a qualcuno ritrovarlo dopo anni.

Mi piacerebbe poter “parlare da un pulpito”, come forse potevo fare 10 anni fa quando registravo o trasformavo in podcast anche parecchie cose create da altri, ma ormai non è più così. Anzi: da parecchio tempo il più bieco riflesso autoreferenziale mi spinge a registrare e archiviare quasi soltanto gli incontri pubblici dove “ parlo anch’io “.

Però penso che anche questo sia un inizio, e potrebbe essere un minimo sindacale per molte altre persone che abbiano a cuore la causa della memoria digitale. Come dicevo la scorsa settimana a Giorgio de Finis, che sta faticosamente registrando e pubblicando in audio quasi tutto quello che viene detto nei mille eventi del #MacroAsilo, anche solo mettendo insieme tutte le nostre bieche autoreferenzialità forse avremmo già un archivio di portata non indifferente. Ma — aggiungo adesso — anche chi si ritrova più spesso in platea che sui palchi, potrebbe decidere, con un atto militante, di #RegistrareTutto ciò a cui assiste e renderlo fruibile online. Basta un telefono con un microfono decente, un minimo di dimestichezza con strumenti gratuiti come HI-Q Mp3 Recorder e Audacity, all’insegna del trial and error per ottenere registrazioni accettabili. E un posto gratuito e senza fronzoli come Internet Archive per renderle, per usare un parolone, immortali.

E pazienza se faranno poche views, poco engagement o non saranno ben indicizzate su Google. Magari potranno tornare utile a qualcuno tra 5, 10, 20 anni. E questa mi pare una ragione sufficiente per provarci, per ribellarci al trionfo dell’oblio eterodiretto.

#RegistrareTutto, insomma. Che ne dite?

Originally published at https://medium.com on November 5, 2019.

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