Perché la lettera dell’Accademia della Crusca al direttore de “La Stampa” contiene quasi tutto quello che non va nel dibattito pubblico di questo Paese.

La vicenda la sapete: lo scorso 25 Luglio, nella sua rubrica su “La Stampa” Mattia Feltri si pronuncia contro l’uso dell’asterisco e dello schwa per indicare il genere neutro al plurale. La proposta è controversa, io stesso non ne sono convinto al 100%, ma il punto è un altro. Essa proviene dalla sociolinguista Vera Gheno, che Feltri non nomina mai nella sua rubrica, e che peraltro si affretta a definire “accademica della Crusca”.

A stretto giro arriva la lettera del presidente della Crusca, Claudio Marazzini. Invece di prendersela con Feltri per la svista, elogia il tono ironico dell’articolo, manifesta il proprio amore per la testata, prima di far presente che “la persona” in questione (anche Marazzini si guarda bene dal nominarla) non è mai stata “accademica della Crusca”, e “da parecchio tempo non ha alcun rapporto di collaborazione con loro”.

In chiusura, chiarisce — sulla questione nel merito — di essersi recentemente espresso sulle stesse posizioni di Feltri, ma comunque si riserva di difendere nelle sedi opportune il buon nome dell’Accademia.

L’”ironica rubrica” di Feltri su “La stampa” del 25 Luglio.

Non intendo infierire contro Mattia Feltri. Sappiamo da tempo che gli estensori di queste rubriche di primo piano sui nostri quotidiani hanno in ultima istanza l’altissima missione di vendere riso senza lattosio, e quindi anche questa, come le molte altre grossolane provocazioni che l’hanno preceduta sulle stesse pagine, funziona perfettamente per tale scopo.

Quello che stupisce semmai sono le “cose che non vanno” nella lettera di Marazzini, che la dicono lunga sullo stato del dibattito pubblico nel nostro Paese. Le sintetizzo in tre punti.

  1. La lettera non parte per opporsi alle proposte di Vera Gheno, da tempo riportate in vari articoli e interventi pubblici della stessa. Non riguarda, in prima battuta, la questione nel merito. Marazzini prende carta e penna (è un modo di dire) solo quando un giornale nazionale mette a repentaglio “il buon nome” dell’Accademia per il fatto di attribuire a questa persona una carica che non ha mai rivestito. In questo modo si lascia intendere, in modo del tutto gratuito, che associare il suo nome a quello dell’Accademia pregiudichi in quanto tale il prestigio dell’istituzione.
  2. In tutto il carteggio Vera Gheno non viene mai nominata. E anche questo è un tratto tipico del linguaggio tra soggetti che difendono la loro appartenenza a un Circolo esclusivo, quello — appunto — del dibattito pubblico tra istituzioni: da un lato la stampa, dall’altro la Crusca. Gli unici nomi e cognomi che possono essere fatti sono quelli dei personaggi pubblici, che hanno da tempo piantato la tenda in quel Circolo, o per i meriti acquisiti in decenni di studi (come poi l’Accademia preciserà in un successivo post) oppure per il fatto di essere “assurti agli onori della cronaca”, magari provvisoriamente e comunque a seguito di una decisione strettamente editoriale. Si darebbe quindi per scontato lo spasmodico desiderio di chiunque non ne faccia parte, a mezzo di una qualsiasi polemica, di essere premiati vedendo il proprio nome stampato a chiare lettere in un articolo di giornale, o persino in una lettera ufficiale della Crusca. Cosa su cui credo che Vera possa tranquillizzare l’uno e l’altra: non credo gliene importi un fico secco, come si diceva una volta.
  3. La percezione finale di un ipotetico appassionato casuale, informato a mezzo stampa dell’intera vicenda, non può che essere quella di un clamoroso caso di impostura. Il combinato disposto della rubrica di Feltri e della successiva lettera di Marazzini è infatti che Vera Gheno vada a raccontare in giro, da anni, di essere una “accademica della Crusca”, cosa che non è mai accaduta. Dovrebbe essere compito di un giornalista impedire un equivoco di questo tipo, ma trattandosi appunto non di giornalismo ma di vendita di riso senza lattosio, lo scopo è esattamente ingenerare un equivoco di questo tipo. Se vi aspettate che Feltri o Giannini o Marazzini siano meditando di chiarire questo aspetto magari con una rettifica del tipo “precisiamo che Vera Gheno non ha mai utilizzato il titolo di accademica della Crusca” potete mettervi l’anima in pace: non accadrà mai.

Ricapitolando, il problema di persone come Vera è che hanno acquisito la loro reputazione, negli anni, al di fuori dei circoli riservati, semplicemente perché hanno del talento da vendere. Se poi si tratta di donne il problema è doppio, perché quasi sempre i fortini da difendere sono comandati da uomini, e sappiamo bene noi uomini quanto queste ragazze particolarmente brillanti ci diano l’orticaria. Probabilmente questi tristanzuoli carteggi continueranno ancora per qualche anno, tutte le volte che qualcuno si sentirà minacciato nella propria autorità, o capacità di tenere i cordoni dell’arena. Per il resto sono convinto che anche in questo caso il tempo sarà galantuomo. Anzi, gentildonna.

every house is someone else’s Starbucks.

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