Parole Ostili, torniamo a chiederci perché.

Ritorno da Trieste con uno zaino pieno di parole, alcune delle quali mi verrebbe da definire ostili, se davvero fosse possibile salire su un piedistallo e stabilire quali lo siano e quali no.

Quella del titolo della manifestazione è solo una delle tante contraddizioni di un incontro, poi diventato inesorabilmente “evento”, in cui in partenza avremmo dovuto e voluto discutere dell’abuso delle parole, e poi ci siamo ritrovati a “capire come contrastare l’odio online”. Il che presuppone, CGFNM, acronimo che sta per “Come Giustamente Fa Notare mafe”, ormai diventato il mio refrain degli ultimi mesi, che sia già stata data una risposta alla domanda “perché l’odio online accade?”. A Trieste la risposta a questa domanda era già contenuta nella premessa implicita di #ParoleOstili: l’odio online accade per colpa della rete, che permette l’anonimato, le fake news, ecc. Quindi la soluzione è semplice: intervenire sulla rete.

E invece naturalmente è necessario, sempre CGFNM, fare un passo indietro, e tornare a porci questa domanda: Perché, l’odio? E a Trieste alcuni l’hanno fatto, senza risposte facili o precotte, con una discussione sulle cause che da sola ha dato un senso alla mia partecipazione e a quella di tutti coloro che non erano presenti per subire il racconto dominante.

Certo, il racconto dominante, quello di cui parlo in Oltre il Rumore, e che fatalmente ha fatto la parte del leone anche in questo weekend. Ma non credo se ne possa dare la colpa agli organizzatori. Chi lavora a queste cose a un certo punto decide con quale criterio misurare il successo dell’iniziativa. Se, come accade spesso, il criterio è “la folla” oppure “la copertura stampa”, perché nel frattempo i tuoi stakeholders sono diventati gli sponsor e i tuoi grand commis sono Laura Boldrini ed Enrico Mentana è del tutto naturale che la platea più grande, quella della plenaria, sotto gli obiettivi dei pesantissimi Betacam dei telegiornali, venga assicurata alla legge contro l’anonimato, agli strali rivolti ai “fighetti intellettualoidi del web”, alla fatwa contro l’era post-fattuale ovviamente inaugurata con (e non rivelata da) internet.

Mentana si scaglia contro “i fighetti intellettuali del web” [Foto di Daniele Bellasio]

E non ci sarà da stupirsi se sui giornali e in televisione sarà questa l’unica chiave interpretativa, anche perché così non c’è nulla da interpretare. Il racconto è un ready made, basta metterlo in forno come i bastoncini findus, e la sua funzione autoassolutoria per la politica e i media, che riversano nelle nostre teste vagonate d’odio da almeno 30 anni, è assicurata.

Ma una volta appurato che il messaggio vincente sia questo (“Le parole ostili vincono”, scrive amaramente massimo mantellini), siamo sicuri che sia stata proprio la nostra partecipazione a fornirgli “legittimità intellettuale”, come dice oggi Fabio Chiusi?

Non credo. Intanto perchè nessuno di noi, come osserva Ernesto Belisario, si prende così sul serio. Poi perché questo racconto, in ogni caso, va avanti per conto suo. Ma soprattutto perché ragionando in questo modo, parleremmo ciascuno sempre e solo in casa propria. Sulle ragioni per cui ho deciso di esserci ho già scritto un post, e rimango di quell’idea. La presenza di persone estranee al pensiero unico, e con fortissimi argomenti “a contrario”, che hanno avuto parecchio ascolto e sollevato parecchi dubbi anche a chi era entrato nella Stazione Marittima con tutte le certezze istituzionalizzate del caso, da sola è valso lo sforzo di prendere un treno veloce e due lentissimi per arrivare in questo splendido lembo d’Italia.

E sono anche convinto che con tutti questi twists and turns sia nel format, sia nei contenuti, e soprattutto con una dimensione che scalava da 1 a 10 nel giro di un mese, qualsiasi altro staff organizzativo sarebbe andato nel pallone. Io invece ho visto non solo una grande professionalità nel risolvere i problemi, ma anche una incredibile ospitalità di tutti, dai guardarobieri fino alla madrina del convegno Rosy Russo, che sento di dover ringraziare per aver sopportato le mie critiche e aver cercato farne tesoro, per quanto possibile.

Una nota sul manifesto. Non è un decalogo, contiene 10 punti, alcuni dei quali condivisibili (soprattutto il decimo) altri meno. L’ho firmato con un asterisco, anche perché la mia idea di un preambolo che ne estendesse la portata all’intero ecosistema dei media, quindi ben oltre chi pubblica sul Web, è stata democraticamente respinta.

Mi sento parte di una minoranza, ma questo non significa smettere di ascoltare la maggioranza. Anche perché per cercare di capire meglio le radici di tanti pregiudizi dall’altra parte, non posso trincerarmi in quelli che sarebbero i miei. In particolare, dopo aver scritto un intero libro sui riflessi condizionati di chi subisce la transizione digitale, opponendosi spesso senza costrutto, non posso perdere la curiosità di capire cosa accade in quel campo. Significherebbe credere di aver scritto le parole definitive in quell’ebook, cosa che non mi sfiora nemmeno l’anticamera del cervello.

Elisabetta Zurovac interviene al panel “I giovani e la rete”

Anche per questo penso che nel panel in cui sono stato coinvolto, “I giovani e il digitale”, nonostante i bellissimi interventi di Giovanni Boccia Artieri, Rosy Nardone, Massimo Mantellini, Elisabetta Zurovac e Giovanni Ziccardi, alla fine quello più istruttivo sia stato proprio quello della rappresentante della Polizia Postale, che in quella sala e in quel contesto è sembrato esprimere lui, per davvero, una posizione assolutamente minoritaria.

Il video integrale della sessione “I Giovani e il Digitale”.

Torno quindi pieno di nuove suggestioni e riflessioni, che per adesso lascio sedimentare, confidando che riescano fuori in una veste più strutturata alla prossima occasione utile. Sperando di trovarci anche chi, questa volta, ha legittimamente preferito passare la mano.

every house is someone else’s Starbucks.

every house is someone else’s Starbucks.