Oltre il Rumore, meno male che dovevo finirlo. (e se non vi va di leggere questo lungo post, potete ascoltarlo con le cuffiette qui)

Sono trascorsi più o meno tre mesi dall’uscita di Oltre il Rumore, il breve ma intenso ebook a cui ho lavorato per tutta la bella stagione scorsa, e oggi posso dire di essere felice che esistesse una scadenza, qualcosa che mi obbligasse a finirlo. Come era ampiamente prevedibile infatti, nei mesi successivi avrei aggiunto vagonate di altre cose. Troppe.

Il punto è che il tema del “libro” — d’ora in poi lo scriverò senza virgolette — era di quelli che ogni giorno subiscono una frustata dall’attualità, e quindi sempre nuovi spunti di discussione, confronto, e anche sana polemica. Già dalle prime riflessioni che sono venute fuori, come questa bella chiaccherata con Claudia Vago, si capisce che ho scritto un testo abbastanza acerbo, e non è una sorpresa. Acerbe infatti sono praticamente state tutte le scelte e tutte le posizioni che ho preso nella mia vita di inguaribile early adopter.

Takeaways

C’è sempre, e temo sempre ci sarà, la sensazione di aver dimenticato di scrivere qualcosa, ma forse questo è il prezzo da pagare rispetto a quel dibattito continuo, ma di corto respiro, che portiamo avanti tutti i giorni sui social media, che troppo spesso crediamo di risolvere con frasi tranchant o esercitando le solite leve identitarie. In questo, mettersi a scrivere “una cosa lunga” e dovere alla fine “mettere un punto” è stato straordinariamente utile per ricordarmi quanto è importante provare a strutturare il proprio pensiero e renderlo compiuto prima di dire la propria. Studiare, documentarsi, darsi un metodo, provare a tirare fuori una analisi. Come facevo qualche anno fa quando nel mio ruolo professionale ero pagato per studiare, prima ancora che per produrre contenuti. Sono sicuro che molti di voi hanno parecchie ottime idee in testa, e sanno scrivere molto meglio di me. E credo che mettendo da parte l’idea di “diventare scrittori”, cosa di cui nessuno credo abbia davvero bisogno di questi tempi, sarebbe bello se anche voi vi metteste alla prova in questo senso.

Accoglienza

“Oltre il rumore” ha avuto più lettori di quanti fosse ragionevole prevedere, e in ogni caso è stato letto da persone il cui parere era per me davvero importante, come Nicola Bruno e Gianluca Diegoli . Le recensioni, tutte molto positive per ora, risentono inesorabilmente dell’effetto it’s all in the family, trattandosi spesso di compagni di merende con tutto il carico affettivo del caso. Ma più delle stellette (e del fatto di ritrovarlo nei “consigli di lettura”, anche di importanti quotidiani) contano le argomentazioni contenute nei commenti del libro. Questo significa che sono riuscito a farmi capire, impresa tutt’altro che scontata dati gli evidenti limiti della mia scrittura. In questo, con ogni probabilità, decisivo è stato l’apporto degli editor di Informant, che hanno reso abbastanza scorrevole un testo che non ha mai avuto carattere divulgativo, e sarebbe potuto risultare un po’ ostico. Non smetterò mai di ringraziarli.

Al di là dei riscontri positivi, ciò che mi ha dato più soddisfazione è il riconoscimento che questo libro, nel descrivere gli ostacoli volontariamente disseminati lungo la famosa transizione digitale, non ha davvero risparmiato nessuno. Come ha scritto qualche giorno fa Luca Alagna, ho provato a essere laico, forse agevolato dal fatto di aver militato, in questi ultimi vent’anni, in quasi tutti i ruoli nell’industria dei media, e non avevo quindi alcun interesse a difendere questa o quella categoria professionale.

Leftovers and regrets

La lista delle cose che ho dimenticato di scrivere è abbastanza lunga, anche se ho provato a rimediare in alcune interviste, come questa con Gabriele Ferraresi. Il rimpianto principale è non aver esplicitato ciò che comunque dal libro si evince, e cioè che prima di risolvere il problema delle nostre filter bubble individuali, dovremmo porci il problema dei danni prodotti per circa mezzo secolo dalla pretesa dell’industria dei media di fissare un’unica filter bubble per tutti. Una bolla, come ci ricorderebbe una veloce ripassata di Chomsky e Popper, fondata sul controllo dell’agenda di discussione, e che ancora tiene banco stante l’immaturità infantile dei media conversazionali.

Avrei inoltre voluto approfondire il tema dell’evoluzione del marketing, che nella sfera digitale sembra sempre meno capace di creare dal nulla nuovi bisogni ma ha nel frattempo imparato a reagire a un ascolto molto più sofisticato delle esigenze latenti delle persone, per tacere dell’assoluta imprevedibilità degli user trend sulle nuove piattaforme.

Avrei infine voluto argomentare meglio il controverso tema della “specialità del caso italiano”, e della particolare determinazione dell’industria nazionale dei media nel rallentare il cambiamento di pratiche, professioni, modelli di business. Lo avrei fatto spiegando che mentre da noi sono ancora i vecchi media a comprare quelli nuovi (vedi Mondadori con Banzai e RCS con You Reporter), negli USA ormai da anni un Internet Provider come Comcast ha acquisito NBC, Vivendi e Universal Pictures. Il tutto mentre il re dell’E-commerce, Jeff Bezos, si è messo in tasca il Washington Post. Da noi, per intenderci, succede ancora ciò che oltreoceano si dimostrò fallimentare 15 fa, come la fusione AOL-Time Warner. E sono proprio questi 15 anni di ritardo a permettere a una intera generazione di professionisti dei media italiani di andare in pensione senza aver cambiato di una virgola il proprio modo di lavorare. E a spingere molti consumatori a fare un uso ancora sostanzialmente “televisivo” della rete, senza sfruttarne appieno le potenzialità.

a Internet Festival 2016, per presentare il libro con Dino Amenduni e Simone Cosimi.

Commenti ed osservazioni dei lettori

Al di là dei rimpianti e delle dimenticanze, è dai commenti che ho ricevuto, sia sui social media, sia nel corso delle presentazioni di Pisa e Viterbo, che ho raccolto gli spunti più interessanti, il primo dei quali giunge proprio dal brillante autore della prefazione. E’ proprio Filippo Pretolani a ricordarmi come il tentativo di tenere il consumatore di contenuti “nei cordoni” di ciò che conviene a un editore non è solo replicato da ad-based platforms come o Facebook e Google, coi famigerati algoritmi che danno la precedenza a ciò che fa più engagement, ma anche da veri e propri content stores come Amazon e Netflix. Quando parlo del valore della personalizzazione del servizio, in quei casi, nel libro non chiarisco abbastanza che si tratta di un trade off tra il reale interesse del fruitore (smart discovery) e ciò che conviene proporre a chi, in definitiva, sta vendendo un prodotto, e tutto sommato non fa altro che organizzare una vetrina più intelligente, naturalmente per sé.

Un altro possibile equivoco è quello che scaturisce dal passaggio del libro in cui parlo di delega della funzione editoriale. Con ciò non intendo dire che il lavoro dell’editore sia morto, anzi. In generale cerco di astenermi dal celebrare il funerale di un qualsiasi mestiere. Semmai, il cambiamento in atto è ciò che (proprio come per la professione giornalistica) dovrebbe spingere gli editori a recuperare la propria missione originaria, che negli ultimi tempi si è — per così dire — “rilassata” sul semplice presidio dei canali distributivi.

Riguardo alla prefazione, in realtà sono d’accordo con Filippo sul fatto che nessuno di noi sia in grado di stabilire, in assoluto, cosa sia segnale e cosa sia rumore. Però siamo in grado di stabilire cosa è rilevante, soggettivamente, per noi, ed è in questo che vecchi e nuovi soggetti stanno mettendo il bastone tra le ruote. Ed è su questo che il libro spiega come e dove ci sia ancora molto lavoro da fare. Si tratta anzitutto di dotarsi degli strumenti culturali necessari per recuperare la nostra libertà di definire la rilevanza individuale, e non più collettiva, di un contenuto. E’ il famoso passaggio “dal significato al senso” (una volta avremmo detto “significante”) su cui ho insistito in tante occasioni negli ultimi anni. Tornando al tema caro ad Eli Parisier, dobbiamo smettere di farci distrarre dal rumore di chi ha strumenti sempre più potenti per tenerci in una invisibile“filter bubble” eterodiretta. Perché la scelta non è mai tra filter bubble e “saper stare al mondo”. Ma se la scelta è tra la nostra filter bubble e quella imposta da pochi per tutti gli altri, come spiega bene anche Daniel Estrada, tutto sommato forse è meglio la prima.

E ancora, nella sua bella recensione per Goodreads, Maurizio Codogno mostra di apprezzare il libro, pur non condividendone del tutto le conclusioni.

A Maurizio rispondo che in “Oltre il rumore” non parlo mai di internet come uno strumento che accrescerà la “quota di conoscenza” per ciascuno di noi. Semmai, definisco il web come qualcosa che sta cambiando il processo di creazione, trasmissione e fruizione della cultura popolare, con notevoli effetti sul costume e sui comportamenti degli individui. Sciolta questa discriminante, sono completamente d’accordo con lui.

A Luca Sofri, che su Facebook si limita a commentare il sottotitolo del libro, chiedendosi come mai “dovremmo farci raccontare i giornali e la tv da internet”, rispondo che ho qualche perplessità sul fatto che la questione si possa porre in termini del tutto simmetrici. Nel senso che quando oggi giornali e TV parlano di internet, ne parlano come di una innovazione, descrivendo i cambiamenti — quasi sempre negativi — rispetto a un’era ancora molto vicina nel tempo, e cioè quando erano i giornali e la TV a dominare completamente la scena mediatica. L’inverso sarebbe impossibile, perché non credo che Luca si riferisca a come internet cerchi di descrivere il cambiamento rispetto a un era pre-giornali e pre-tv.

Interessante infine la riflessione di Michela Marra, che dopo aver letto il libro individua “le ultime due opzioni che ci restano per guadagnare il consenso nella nostra nuova e incompresa epoca digitale” in due categorie distinte:

A Michela rispondo che il libro parla solo incidentalmente di ricerca di consenso, e più insistentemente di ricerca dell’attenzione. Cosa che non solo è del tutto legittima, ma soprattutto non è qualcosa di obbligatorio, che fanno tutti. Una volta definito il subset di chi ci prova, non possiamo decretare che tale ricerca sia “tossica” fino a quando non si intravedono gli schemi di una vera e propria industrializzazione del processo, per cui scrivo/posto/pubblico solo quello che funziona, nel momento giusto, come se tutti avessimo un vero e proprio piano editoriale. Rimanendo, quindi, inevitabilmente legati all’agenda fissata da TV e giornali, simulando i palinsesti e gli schemi “purché si parli di me” dei media tradizionali ecc. Ciò che distingue l’altra categoria, quella che prova a puntare sulla creatività e sul pensiero originale è semmai il tentativo di sfuggire a queste logiche, ottenendo attenzione senza necessariamente cercarla. In questo senso, se parliamo di “battitori liberi”, li intendo liberi soprattutto da questa ossessione.

Prossimi Appuntamenti

Come ho confessato più volte, forse il vero scopo di questa avventura libraria era l’occasione di incontrarsi con persone a cui voglio bene, sia per la canonica presentazione, sia soprattutto per la bevuta che la segue o la precede. I prossimi appuntamenti sono fissati il 31 Gennaio al ReCafé di Roma, ospiti del Club Relazioni Esterne Junior, e il 9 Febbraio a Open Milano, in compagnia di Mafe de Baggis e Filippo Pretolani, che come avrete capito mi hanno dato una bella mano a realizzare questo progetto. Ci vediamo presto, quindi, se poi non l’avete ancora letto, è qui. :)

every house is someone else’s Starbucks.

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