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La questione #MacroAsilo non riguarda solo l’arte: è un po’ più complicata di così

Quando il Museo d’Arte Contemporanea di Roma ha riaperto i battenti all’inizio di Ottobre in molti hanno strabuzzato gli occhi, mentre altri hanno decisamente storto il naso. Il Museo, almeno così come lo intendevamo, semplicemente non c’è più. Al suo posto c’è il MacroAsilo, il “Museo Ospitale” reinventato da Giorgio de Finis in una chiave non più espositiva, ma performativa. Niente mostre dunque, ma performance, incontri, racconti, workshop, convegni, piccoli festival cinematografici, teatrali, musicali, opere in corso d’opera, il tutto all’insegna di un costante dialogo con il pubblico. Un pubblico che, fino al 31 dicembre 2019, data di scadenza del mandato ai nuovi curatori, non paga il biglietto d’ingresso. Così come non sono pagati gli artisti, la cui partecipazioni e i cui contributi rappresentano altrettanti “gesti di generosità”.

Ciò che provocò la maggiore quota di sconcerto fu proprio l’Open Party dell’inaugurazione, una boutade in piena regola. Il pubblico venne invitato ad improvvisarsi artista, visto che da allora non solo non ci sarebbero più state esposizioni, ma nemmeno barriere d’ingresso, curatori, gatekeepers di qualsiasi ordine e grado. Ora, poche cose come il grido “siamo tutti artisti” sono in grado di scatenare l’orrore in chi, nel mondo dell’arte, fa della selezione, della contestualizzazione, della curatela gli attrezzi del proprio mestiere. E infatti, già dal giorno dopo, senza minimamente preoccuparsi di esplorare il programma almeno del primo mese di attività, come un sol uomo tutte (sottolineo, tutte) le testate culturali si sono prodotte in una reazione scomposta, centrata sull’allarme del “questa non è arte”, escludendo a priori qualsiasi altra chiave di lettura dall’operazione.

Ora, io non mi occupo di arte. I miei genitori, entrambi artisti e proprietari di una piccola galleria a Pietrasanta, non mi hanno minimamente trasferito il gene della creatività, che — in omaggio al celebre moscerino dagli occhi bianchi di Morgan — ha invece raggiunto direttamente mia figlia, che è infatti capace fin da piccola di mirabilie non appena prende in mano una matita. Però mi occupo da parecchio tempo di comunicazione, di contenuti, di discorsi pubblici e di spazio pubblico. E in questo particolare momento storico della città e del Paese la lettura dei “dilettanti allo sbaraglio” mi è parsa un racconto troppo semplicistico della questione MacroAsilo. Così, approfittando del fatto che il Macro è a 5 minuti a piedi dal mio ufficio, ho iniziato a frequentarlo per provare a capirne qualcosa di più.

In questi primi due mesi di attività ci sarò stato — non scherzo — almeno una ventina di volte, e questo credo dia la misura della mia curiosità crescente verso questo ardito esperimento. Ho finito anche per documentarmi altrove. Ho letto l’intervista in cui de Finis stesso ricorda di non essere mai stato interessato né a “dirigere un museo”, né a gestire l’altra ex-sede del Macro, il mattatoio. Se dev’essere una rottura, questa l’estrema sintesi, essa deve compiersi nel cuore nella città ufficiale, nello spazio di Via Nizza, nel ventre molle del quartiere di “quelli bravi”. E quindi, se possibile, lontano da Testaccio, coi suoi giovani scapestrati e le sue vedute post-industriali in cerca d’autore dove gli street artist sono da sempre di casa. No, l’insulto ischemico (perché di questo si tratta) deve avvenire là dove si perpetua la necrosi della città immobile, dei poteri incancreniti, delle tristi grisaglie e dei lividi tailleur, di quel luna park dell’ipocrisia e del capitalismo relazionale che sono quartieri come il Pinciano e il Salario.

E quindi eccoci qui, a girare per gli spazi semivuoti e apparentemente disadorni del MacroAsilo che peraltro, riaperto il secondo ingresso in Via Reggio Emilia, somiglia ora molto di più al contenitore-ponte concepito da Odille Decq, che firmò l’espansione definitiva ormai 8 anni fa. Si entra da una strada, si attraversa, si scopre cosa ci succede dentro, e si esce in un’altra: una bella metafora.

Ecco, veniamo al “cosa ci succede dentro”. Io non ho idea di quale sia il criterio di selezione di de Finis, probabilmente è un po’ come la formula della Coca-Cola, forse sono davvero autocandidature, non importa poi tanto. Sicuramente ci sono parecchie iniziative che mi lasciano perplesso. Eppure credo di avere gli strumenti per capire cosa mi interessa e cosa no. E di cose interessanti ne ho viste, ascoltate, vissute, eccome.

Per esempio, già nella prima settimana le letture del collettivo StalkerON nella sala “Rome” sono state un’esperienza di dialogo vero tra artisti che non erano lì in quanto artisti, ma portatori di istanze sul senso e sul futuro della città da condividere con un pubblico molto attento e propositivo.

Il simposio internazionale sul pensiero di Jean Baudrillard ha colto perfettamente lo spirito del luogo e del contesto: non una discussione tra accademici, ma un confronto aperto con varie tipologie di interlocutori, pronti ad introdurre angolazioni sempre nuove. Le lectio magistralis su temi trascurati dall’agenda dei media (bellissima quella di Paolo Ercolani sulla Misoginia) hanno funzionato perfettamente. Il ciclo di incontri “Dizionario” si è rivelata una formula dirompente, che ci fa riscoprire il senso individuale e collettivo delle parole. L’idea di osservare gli artisti al lavoro, che si alternano ogni settimana negli atelier è quello che abbiamo spesso fatto sbirciando negli studi d’arte. Di più: è straordinariamente educativo, anche perché mentre lo studio è privato, l’atelier è pubblico e tutti, bambini compresi, trovano il coraggio di fare quelle domande che spesso, di fronte all’arte contemporanea meramente “esposta” riteniamo non di nostra competenza.

Che cosa ricorda, tutto questo? Beh, il concetto di uno spazio pubblico consacrato alla libera circolazione delle idee non è certo inedito. Su scala molto più grande (le due strutture non sono paragonabili, nè lo è il respiro dell’operazione) anche il rivoluzionario BeauBourg di Rogers e Piano (più noto come Centre Pompidou), al netto del Museo d’Arte Moderna che ospitava, per il resto era partito come grande spazio ad accesso libero, non solo e non tanto all’arte, quanto alla cultura. Accogliendo i visitatori al piano terra con l’affollatissima Biblioteque Publique d’information si realizzava una grande innovazione: per la prima volta le persone potevano consultare libri, giornali e persino televisioni straniere e computer collegati a banche dati (siamo nel 1977) senza iscriversi, senza dover prima sottoporsi al rito della dialettica tra archivista o il ricercatore, con cataloghi, corridoi, codici di collocazione. E a differenza dalle biblioteche tradizionali, il cuore della conoscenza non era nascosto in qualche sotterraneo o piano segreto, ma visibile dalla piazza, appena dietro le grandi vetrate. Un invito, non un adempimento pubblico.

Il Centre Pompidou, insomma, era la cosa più vicina a internet prima che qualcuno inventasse internet, ma con la stessa motivazione: una drastica democratizzazione dell’accesso ai contenuti, frutto diretto delle istanze dei movimenti di protesta degli anni immediatamente precedenti.

Al MacroAsilo, chiariamolo subito, non c’è nulla di tutto questo. Non ci sono strutture fisse, anche perché grazie alla rete le modalità di accesso alla conoscenza sono cambiate. Lo testimoniano le decine di ragazzi che hanno trasformato la caffetteria in un elegante coworking, grazie al wifi che ha una procedura di registrazione farraginosa, ma una volta entrati funziona benissimo. Semmai, col Beaubourg condivide il principio dell’accesso all’informazione, uno dei temi più rapidamente dimenticati del ’68, ma che di fatto ispirò l’opera di Rogers e Piano pochi anni dopo e che periodicamente torna attuale in particolari contingenze socio-politiche.

Il paragone con “i reietti”, gli outsiders che secondo Marcuse e altri ispiratori del ’68 avrebbero dovuto guidare la rivoluzione non sembri tirato per i capelli. Si è sempre il reietto di qualcuno o di qualcosa, in qualsiasi epoca storica, e sicuramente gli artisti, i collettivi, gli scrittori, i poeti, gli intellettuali (autoproclamati o meno) che hanno invaso il MacroAsilo nei giorni successivi sono, appunto, più o meno tutti outsiders. Nel senso che o sono stati coattivamente respinti dal sistema dell’arte ufficiale (magari meritatamente, non sono io a poterlo dire), oppure sono artisti affermati (come sono universalmente considerati Echaurren e Pistoletto) che proprio in quanto tali hanno una sufficiente indipendenza di pensiero rispetto alle affiliazioni e alle clientele che imprigionano tutti gli altri. Per questo credo che ridurre tutto il progetto MacroAsilo all’ennesima “rivincita degli esclusi” sia del tutto fuorviante. Se non altro per il fatto che oggi, ad autoproclamarsi “esclusa” dall’operazione è buona parte del salotto buono, rivelando con ciò che il suo nemmeno troppo velato tentativo di boicottaggio è miseramente fallito.

L’altra parola chiave che torna in mente, al MacroAsilo è “complementarità”. Perché anche liberandoci di tutto il dibattito “alto” sulla ragion d’essere di uno spazio pubblico, e della polemica sulle clientele e sulle affiliazioni esclusive, occorre riconoscere, come candidamente fa l’Assessore alla Cultura Luca Bergamo, che così come è stato gestito per 8 anni il Macro non funzionava. Schiacciato dalla concorrenza di molti altri spazi consacrati all’arte moderna e contemporanea, come soprattutto il Maxxi, la Galleria Nazionale e lo stesso Palazzo delle Esposizioni (qui sotto vedete il confronto dei primi 4 anni con gli altri spazi gestiti dal Comune), non è mai decollato in termini di visitatori.

Per questo, il progetto MacroAsilo nasce anche per un mero discorso di sostenibilità economica. Una volta compreso che il modello tradizionale non porta da nessuna parte, si decide di far succedere al Macro quello che non succede altrove.

L’altro aspetto complementare è il rapporto del luogo con le sue propaggini digitali. Di questo mi sono occupato abbastanza, di recente, sia in un capitolo di “Oltre il Rumore”, sia lo scorso ottobre al Festival del Giornalismo Culturale di Pesaro. Si può scegliere di fare di un sito internet la vetrina di un qualsiasi polo culturale, oppure di farne l’abilitatore digitale, con applicazioni specifiche legate ai contesti e ai contenuti. La scelta del MacroAsilo è quella di considerare il digitale come qualcosa che non deve essere né ostentato né necessariamente visibile. Sia gli artisti, sia i visitatori, nel 2018 devono sapere come usare il sito come “estensione di tutti i riferimenti nel tempo presente”. Quindi niente fronzoli o effetti speciali: c’è il calendario aggiornato puntualmente, ci sono le schede di tutti gli eventi, c’è un canale video che restituisce periodicamente il feel di quello che accade, ma nessuno deve essere “accompagnato” a compiere un percorso digitale di qualsiasi tipo. Il MacroAsilo è digitale semplicemente perché, in quanto “dispositivo”, tutto quello che ci succede dentro ha, naturalmente, una sua propaggine digitale. Quella che a questo punto verrebbe richiesta a gran voce da un ipotetico (e inesistente) budget, e cioè la App, siamo noi. Che usando tutti gli strumenti esistenti in rete possiamo decidere se e come approfondire, consultare, confrontare. Non è né un approccio minimalista, tantomeno poraccista. E’ una scelta consapevole che merita non solo rispetto, ma che può persino mettere in discussione molto del racconto tecnodeterminista che tuttora domina le platee dove si parla di arte, cultura e ruolo del fantomatico “digitale”.

Diverso, purtroppo, è quanto tocca dire sulla libreria, che era stato uno dei punti di forza degli anni precedenti. Collocata strategicamente al piano stradale, come la caffetteria apparteneva già allo spazio pubblico, e rappresentava un punto di riferimento importante per il quartiere. Non solo è stata pressoché svuotata di senso, ma addirittura riconvertita a favore di un visibile spoil system, dove trionfano i libri degli amici e sparisce la possibilità di perdersi tra i mille volumi illustrati e cataloghi che la popolavano anche solo sei mesi fa. Il successo del BookCafe dell’Auditorium e del PdE Bookstore del Palazzo delle Esposizioni dovrebbero ispirare il MacroAsilo verso altre direzioni più consone all’idea di “ospitalità” che pervade il resto della struttura. Certo, trovare in prima fila le copie impilate dell’instant book realizzato raccogliendo gli elogi, e soprattutto le critiche preventive che punteggiano la rassegna stampa, per di più senza aver chiesto il permesso agli autori degli articoli, non aiuta molto in questo senso.

Ricapitolando, credo di potermi allineare al lapidario commento dell’amico Carlo Infante che definisce quello del Macro un “suicidio necessario”. Io preferisco però parlare di frattura necessaria. L’immobilismo di Roma ha per effetto l’eterna perpetuazione di stili, linguaggi, pratiche ineludibili perché “si è sempre fatto così”. E quello che accade inesorabilmente è che chi vince nelle pratiche consolidate impiega la maggior parte della propria vita a cementarle ulteriormente, fissando la natura stessa del campo dove potrà far valere il vantaggio di averlo occupato prima degli altri. Tutta la città, e purtroppo anche gran parte del Paese, rispecchia questo schema. E se oggi la città, visibilmente, non funziona, non è perché gli arrivati, “quelli bravi”, sono stati messi in un angolo a digrignare i denti osservando lo sfacelo di improvvide invasioni barbariche. Le macerie che vediamo sono quelle di un conflitto ancora in corso, sono quelle di un trauma sul tema di “a cosa serve ancora, nel 2018, questa città”, dove non poteva certo essere l’apertura di nuovi spazi istituzionali, di una “città della contemporaneità” da opporre alla città dei substrati archeologici, da sola, a fornire tutte le le risposte. Per questo dico che il MacroAsilo apre una frattura necessaria: per discutere e ridiscutere ciò di cui abbiamo bisogno ma soprattutto, forse, ciò di cui non abbiamo mai avuto bisogno, e su cui un bel pezzo non solo di Roma, ma dell’intero Paese ha costruito negli ultimi anni le proprie fortune.

Per chiudere, in questa operazione ci sono indubbiamente delle ombre, ma anche luci. Credo però che la maggior parte delle persone sia in grado di cogliere da sola il senso di queste luci. Che non significa “prendersi da soli l’arte, senza che nessuno ti indirizzi”, ma capire che se nulla si smuove, ogni tanto, nessuno inizierà a porsi nuove domande, e questo, di questi tempi, è qualcosa che non possiamo più permetterci.

every house is someone else’s Starbucks.

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