I relatori vanno pagati? Dipende.

In questo bizzarro Paese abbiamo molti problemi. Alcuni gravi, altri sicuramente minori, ma sottovalutati. Per esempio è un problema il fatto che quando qualcuno organizza una conferenza, o un dibattito, o magari un workshop, o anche la presentazione di un libro si parla sempre di evento.

Poche parole sono fuorvianti come evento. Quando la pronunciamo, infatti, da qualche parte nel nostro profondo immaginiamo una linea molto netta che distingue da una parte i protagonisti, cioè le persone che parleranno in pubblico, introdotte ovviamente da un presentatore, e dall’altra il pubblico che accorrerà per ascoltare e vedere queste persone dal vivo. La rappresentazione plastica di questa divisione è il luogo in cui si troveranno le due categorie: i primi sul palco, i secondi in platea. Una divisione che poi ritroveremo nelle successive rappresentazioni dell’evento: se c’è stato di mezzo un buon ufficio stampa infatti, i relatori avranno presto selve di microfoni intorno, le loro foto campeggeranno sulle pagine dei giornali, mentre il pubblico farà più o meno educatamente da contorno sia sul momento, sia nella rappresentazione mediatica dello stesso.

Ora, io sono convinto che mai come in questi tempi, tempi di scambio, di contaminazione tra idee e persone, la parola evento sia del tutto fuorviante. Non esistono più, infatti, solo inaccessibili protagonisti che si concedono a un pubblico nel corso di una eccezione estemporanea — l’evento, appunto. Questo forse succede con le cosiddette celebrità, e cioè con le persone la cui notorietà è determinata dalla costante presenza (guadagnata col talento, ci mancherebbe altro) nelle catene distributive dello showbiz tradizionale. Ma non è certo la moltiplicazione selvaggia di queste occasioni (le centinaia di Festival, incontri, panel, dibattiti, conferenze che occupano ormai ogni weekend del calendario sui temi e coi titoli più astrusi) a determinare una moltiplicazione delle celebrità. Anche se i festival possono essere infiniti, infatti, la celebrità, esattamente come l’attenzione, sono una risorsa scarsa.

Messa da parte la celebrità, iniziamo a mettere da parte la parola eventi, e iniziamo a chiamarli, più semplicemente, incontri pubblici. In queste occasioni le tipologie di relatori possono essere le più varie. Ci possono ben essere, e sono sempre molto ambite perché riempiono la sala, le già menzionate celebrità. Poi ci possono essere gli indiscussi e riconosciuti portatori di certe competenze, chiamiamoli gli esperti. Ci possono essere i rappresentanti di precisi interessi (aziende, associazioni di categoria, comitati, ecc.) che partecipano alle discussioni in quanto tali. Inoltre ci possono essere ottimi divulgatori scientifici o culturali, preziosissimi quando si affrontano temi ostici. Ci possono essere opinionisti di provata e riconosciuta autorevolezza, noti per il loro equilibrio e la loro onestà intellettuale. Ci possono essere ottimi giornalisti, i pochi che ancora sanno fare il loro vecchio e sempre più prezioso mestiere, raccontarti i fatti in modo che chiunque possa farsi una propria opinione.

E ancora: ci possono essere politici in cerca di consenso (e molti di loro sono celebrità). Ci possono essere gli immancabili guru che provano a fare marketing delle idee. Ci possono essere liberi professionisti che cercano di essere identificati per il loro valore: sarebbe questo, mi dicono, il famoso e sacrosanto personal branding. Tra questi ultimi spiccano i bravi formatori, che spesso riescono nelle loro apparizioni pubbliche a colpire così tanto l’uditorio da mietere iscritti ai loro corsi nelle successive ore.

E poi: ci possono essere persone che intervengono pubblicamente perché sono militanti o attivisti, e cioè hanno a cuore una causa e intendono darle la massima pubblicità. Ci possono essere anche i gli inspirational speakers, che dovrebbero farti inquadrare un tema da una angolazione nuova, obliqua, a cui non avevi pensato. Quasi sempre infine, in un panel, ci sono le persone che semplicemente vogliono fare pubblicità al proprio libro e anche questo è perfettamente legittimo, specie se il libro è pertinente alla discussione e porta dunque un contributo utile al dibattito.

Tutto questo per dire che la tipologia, e quindi anche le motivazioni che spingono un relatore a partecipare, di propria iniziativa o perché invitato, a un qualsiasi incontro pubblico possono essere incredibilmente varie. E questa amplissima varietà di motivazioni si incrocia con la grande varietà della natura degli incontri pubblici stessi. Alcuni sono frutto di una passione disinteressata degli organizzatori, altri perseguono un sacrosanto obiettivo di business. In questa seconda categoria, il modello di business stesso può essere molto diverso. A volte è il pubblico a pagare, altre volte gli sponsor privati, a volte lo sono i contribuenti (quando gli sponsor sono enti pubblici, per esempio). A volte, come la famosa Festa della Rete, si comincia come un allegro raduno di blogger, ma col tempo si diventa una pregevolissima macchina economica, che dà lavoro ad alcune persone che cercano di farla girare al meglio che possono.

Ed ecco che finalmente arrivo al punto: se incrociamo tutte le possibili motivazioni dei relatori con tutte le diverse forme e nature profonde di tali occasioni pubbliche capiamo bene che non ha alcun senso provare a dare una risposta univoca alla domanda “i relatori vanno pagati?”.

La risposta è sempre, dico sempre, “dipende”.

Io stesso, quando mi capita di essere relatore da qualche parte, a volte sono stato pagato, e a volte no, e ogni volta c’era un motivo diverso, validissimo, per giustificare soggettivamente il perché di entrambe le opzioni. Per esempio, di sicuro non sarò pagato il prossimo 8 Ottobre, all’Internet Festival di Pisa, per un panel sul futuro dei grandi archivi multimediali (RAI, Radio Radicale, Istituto Luce, ecc.). E il motivo è molto semplice: non solo non sono una celebrità, ma soprattutto questo dibattito riguarda una questione che mi sta molto a cuore, e di cui ho parlato anche in un capitolo di Oltre il Rumore: la sopravvivenza della memoria digitale in un’epoca in cui internet sembra tradire le sue origini e volerci imprigionare in un eterno presente, dove tutto viene dimenticato ogni minuto. Insomma è un mio preciso interesse che se ne parli: è in gioco la sopravvivenza e l’accessibilità di veri e proprio tesori come l’archivio della RAI o di Radio Radicale, e per quanto mi riguarda questo è sufficiente affinché io ne parli senza nemmeno pormi il problema di un mio tornaconto personale.

So che il promuovere certi temi in pubblico, e quindi trasmettere determinati contenuti senza fini di lucro, solleva di tanto in tanto l’accusa di dumping da parte di chi fa delle proprie apparizioni pubbliche una più che legittima parte del proprio mestiere. Ma non è un problema mio se da una ventina d’anni qualcuno ritiene di dovermi pagare uno stipendio per occuparmi di media, e sempre più di media digitali. Tenere un blog, scrivere libri, e molto spesso anche parlare in pubblico di questi temi, o persino organizzare piccoli eventi sugli stessi, è per me semplicemente un interesse privato, che si sovrappone alle competenze professionali. A volte, soggettivamente, credo che sia giusto essere pagati per questo, a volte no.

Dipende.

every house is someone else’s Starbucks.

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