I musei, la cultura e il coraggio - o la paura - di raccontare le storie.

[o del perché si dovrebbe fare il Museo del Fascismo a Roma]

Ogni volta che torno da Berlino ho sempre più chiara la sensazione di tutto quello che si potrebbe fare a Roma e invece non viene fatto. Di solito mi concentro su un utilizzo più razionale dei tram e delle ferrovie urbane, su cui si potrebbero scrivere interi libri, ma stavolta vorrei tentare un approccio più ampio.

Quello che colpisce di Berlino è la sua capacità di esporre le sue ferite, prima tra tutte il Muro, e poi quella di mostrare di avere imparato le lezioni, e di volerle condividere con i visitatori. A Berlino esiste un museo o un memoriale per ogni storia che valga la pena di essere raccontata. In alcuni casi è davvero una necessità fatta propria da un intero popolo, come il Memoriale della Shoah, il Museo degli Ebrei Europei, lo stesso Museo del Muro e infine il nuovissimo — e gratuito — Topographie des Terrors, dove è possibile toccare con mano gli orrori del regime nazista.

Topographie des Terrors, Berlino
Topographie des Terrors, Berlino (interno)

Altrettanto interessante il DDR Museum, che offre al visitatore molti, tangibili strumenti per farsi un’idea non solo sugli aspetti più inquietanti della dittatura di Ulbricht e Honecker, ma anche sulle promesse tradite di quella “via tedesca” all’ideale socialista, con il giusto risalto all’influsso dei due imbarazzanti vicini, quello che ispirava le scelte ad Est, ma anche quello che ostentava opulenza a Ovest.

Per fortuna a volte le storie da raccontare non sono necessariamente un modo per fare i conti col proprio imbarazzante passato, come nel caso dello splendido Museo del Cinema e della Televisione situato nei pressi della spettacolare Potsdamerplatz. A volte si esagera un po’, contando sul fatto che Berlino brulicasse di spie, e si crea il Deutsches Spionagemuseum, una interessante esposizione permanente che però costituendo solo in minima misura una collezione di “pezzi” e in anche eccessiva misura una pletora di pannelli e video esplicativi, fa sorgere il dubbio di trovarsi di fronte al classico caso di Yet Another Museum That Could Be A Web Page.

Venendo a Roma, quello che colpisce è quella sorta di abisso che separa l’offerta museale consacrata a tutte le vestigia classiche (che continua a costituire il principale polo di attrazione per i visitatori) da tutti i recenti spazi istituzionali dedicati alle arti e alle culture contemporanee, come il MaXXI, l’Auditorium, l’Ara Pacis, il Palaexpo, la Galleria Nazionale, la Pelanda e il Macro (sulla cui funzione pende ora un interessante punto interrogativo, dopo l’esperienza appena conclusa del MacroAsilo).

Non è infatti sufficiente pensare di poter riempire questo vuoto istituendo, come meritoriamente venne fatto durante le ultime amministrazioni del centrosinistra, la rete delle “Case” (del Cinema, dei Teatri, dell’Architettura, delle Letterature, della Memoria e della Storia, del Jazz ecc.) realizzate negli anni ’90 e duemila dando una nuova destinazione a beni in disuso o confiscati alle mafie.

E’ davvero un peccato, perché nel cuore di questo abisso tra classico e contemporaneo, quasi del tutto non presidiato, ci sono proprio tutte le famose “storie” da raccontare, di cui Roma letteralmente trabocca. Per il momento, il tentativo di narrarle a qualcuno è frutto delle iniziative di una miriade di associazioni culturali molto meritorie, ma scollegate tra loro, e che soprattutto non possono fare massa critica dal punto di vista comunicativo. Questo accade soprattutto perché, a differenza di Berlino, che è quasi completamente ricostruita, Roma è — almeno culturalmente — intatta: ciò che è in “rovina” deve rimanerci, con tutti i suoi significati universali che la rendono eterna, ma anche, come ripeto da un decennio, la rendono immobile. Ove per “immobile” s’intende incapace di valorizzare tutto quel patrimonio di storie che appartengono alla categoria del senso individuale, quello che i dotti chiamano il significante.

Come rivela l’indagine di Domenico De Masi “Roma 2030”, quella di tornare a essere capaci di raccontare la propria anima, e con essa quella di un intero Paese con tutte le contraddizioni che proprio Roma esprime, pare essere una delle poche vocazioni naturali che potrebbero restituire alla Capitale il proprio ruolo di guida culturale del Paese. Un ruolo che, per ragioni molto complesse (che ben racconta Vittorio Emiliani in “Roma Capitale Malamata”) sta via via perdendo. E questo nonostante dati di cui nessuno parla, che da soli farebbero impallidire qualsiasi altra città europea in materia di produzione di arte e conoscenza: a Roma risiedono, come ricorda lo stesso De Masi, ben 40 atenei, centinaia di accademie e altre istituzioni culturali, spesso legate alle rappresentanze straniere verso non uno, ma due stati, per non parlare di quella miriade di realtà culturali che, come accennavo prima, purtroppo non sono capaci di fare sistema tra loro.

Tutto questo per dire cosa? Lo so, sono prolisso, e ce ne ho messo per arrivare al punto, ed è per questo che l’ho anticipato nel sottotitolo: proprio come Berlino, anche Roma dovrebbe avere il proprio Museo del Fascismo, dove si raccontano non solo le violenze e le brutture del nostro passato recente, ma anche in che modo, nel quotidiano, si svolgeva una giornata qualsiasi di un privato cittadino del ventennio. Lo dovrebbe avere perché a differenza dei tedeschi, noi italiani con il fascismo i conti non li abbiamo mai fatti. E proprio per questo, qualsiasi dibattito, non solo di attualità, ma anche di natura strettamente culturale, non può mai avere come premessa l’aver metabolizzato il rifiuto del fascismo, o banalmente del metodo fascista. Anzi, quando si discute di qualsiasi cosa, l’unica premessa ritenuta necessaria è sempre quella di essere “terzi” rispetto a due ideologie parimenti sconfitte, il fascismo da una parte e il comunismo dall’altra, come se avessero lo stesso peso nella nostra storia. E no, non è così, non ve ne foste accorti.

il complesso del Foro Italico nel 1958

E dato che dovrebbe essere un Museo gratuito, perché non realizzarlo sotto forma di Parco al Foro Italico, l’ex Foro Mussolini, forse la più intatta tra le realizzazioni a cielo aperto di quegli anni? In realtà non sarebbe nemmeno un investimento così oneroso: basterebbe organizzare un percorso tra i vari siti del foro, lo Stadio dei Marmi, lo Stadio del Tennis, l’Accademia della Scherma, lo Stadio dei Cipressi (oggi Stadio Olimpico), le famose Piscine. Tutti luoghi dove è possibile, anche utilizzando le tecnologie più innovative, mettere a disposizione dei visitatori la ricostruzione della vita fascista attraverso i propri riti e i propri simboli. Proprio come accade al Museo del Muro, il percorso dovrebbe essere integrato da un “Centro di Documentazione sul Fascismo” — e qui vedrei molto bene una collaborazione con l’archivio dell’Istituto Luce — da ospitare in uno dei molti locali del complesso, col compito di contestualizzare l’esperienza fisica con tutti i materiali multimediali del caso.

E infine: tutti i materiali del Centro di Documentazione dovrebbero anche popolare la “propaggine digitale” del Museo, contenendo tutte le storie e le testimonianze raccolte nel percorso e nel centro di documentazione. Scusate, ma quella delle propaggini digitali dei beni culturali è una mia magnifica ossessione, non ve ne libererete facimente :)

Come si vede, non c’è nulla da inventare, basterebbe copiare. Ci vorrebbe però la volontà politica, che comporta anche quel minimo di lungimiranza e di coraggio necessari per bloccare sul nascere i molti, già li sento, pronti a dire: “diventerebbe un luogo di celebrazione per nostalgici, come a Predappio”. Persone che evidentemente, a Berlino, ci vanno solo per il currywurst e il boccale di birra.

P.S.: l’idea del Museo del Fascismo al Foro Italico è di mia moglie Barbara, who else? :)

every house is someone else’s Starbucks.

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