Image for post
Image for post

Ho scoperto un nuovo mestiere: lo scorniciaio.

E’ bello quando circolano parecchie idee, specialmente quanto tutto il resto è drammaticamente fermo per cause di forza maggiore. In questi giorni di immobilismo obbligato, da qualsiasi schermo a portata di mano spuntano le facce di un sacco di persone che hanno progetti da raccontare, libri da presentare, o comunque idee da condividere.

Tutto questo continua a espandersi nonostante il brusio di sottofondo degli eterni annoiati. Quelli che “non se ne può più di eventi online”, come se i carabinieri fossero sulla loro soglia di casa pronti a intervenire se ne perdessero uno. Che poi, chissà come mai, sono gli stessi che “ci sono troppi libri”, “ormai tutti scrivono libri, e nessuno li legge” a cui evidentemente dev’essere sfuggito il particolare che il rapporto tra emittenti e riceventi di qualsiasi messaggio è leggermente cambiato, negli ultimi 20 anni. E per fortuna, aggiungo io.

Da quando, tre settimane fa, ho pubblicato “Unframing, e ben sapendo che senza promuovere il libro difficilmente le persone lo leggeranno, sono stato più che felice di accettare gli inviti a discuterne pubblicamente, anche perché giunti da persone per le quali ho la massima considerazione, il cui parere sui temi che tratto è per me molto importante.

Le prime impressioni che ho raccolto sono state positive, ma come al solito devo metterci la tara: un riscontro molto più puntuale arriverà, come sempre, quando sarò letto da perfetti sconosciuti, come solo dopo un certo periodo è accaduto con il mio libro precedente.

Presentazione di Unframing a “Carosello is book”, con Giovanni Boccia Artieri e Paolo Iabichino

Una cosa, indubbiamente, Unframing sembra avere in comune con “Oltre il Rumore. Le prime persone che lo hanno letto, come Vera, lo hanno giudicato un libro molto duro con l’industria dei media nel suo complesso. E questo è per certi versi divertente, perché anche in questo caso la prima bozza era molto più diretta, e solo una serie di interventi successivi, ispirati dai classici miti consigli, hanno portato alle stampe una versione decisamente più diplomatica.

“A questo punto avrei voluto leggere la prima bozza” — (ridendo sotto i baffi)

Presentazione di “Unframing” a Slow News, con Alberto Puliafito

Sicuramente, rispetto a “Oltre il rumore” è un libro molto meno folkloristico, nel senso che ci sono meno cose buffe da raccontare. Sono passati 5 anni da quando i media tradizionali ancora non avevano affatto chiaro “cosa fare con internet”, se non provare a rallentarne l’impatto con una campagna che addossava alla Rete più o meno qualsiasi problema della società contemporanea. Come ho raccontato a Radio Radicale, oggi — ed è questo il tema di “Unframing” — giornali, radio e tv, con le loro propaggini digitali, hanno capito di poter ancora essere proprietarie del racconto principale, di poter ancora stabilire in prima battuta cosa è rilevante per noi e di cui discuteremo, successivamente, sui social media. E allora perché, come mi ha già chiesto qualcuno, bisogna “difendersi”?

Ebbene, non dobbiamo difenderci dal fatto che esista quel mestiere e cioè quello di chi ha la cultura, le competenze e la capacità di capire cosa deve interessarci: dal giornalista al curatore d’arte, dal responsabile di un palinsesto a chi cura la programmazione di un museo o gli eventi di un festival. Di queste persone, degli “intermediatori culturali”, abbiamo e avremo sempre un grande bisogno. Il punto è che oggi il loro lavoro non è remunerato in relazione a queste nobili competenze, ma dalla loro capacità di presidiare la nostra attenzione. Gli intermediatori umanistici, quelli che secondo Baricco sarebbero destinati a scomparire, sconfitti dall’algoritmo, hanno deciso che per sopravvivere dovranno ragionare esattamente come l’algoritmo, con la stessa frenetica ed effimera superficialità di un trending topic. E non è nemmeno una grande novità: già 40 anni fa gli stessi intermediatori avevano deciso che per sopravvivere avrebbero dovuto seguire la logica televisiva, quella governata dall’indiscutibile mantra di fare audience. Quindi nessuna sorpresa.

Uno degli elementi più interessanti emersi dalle prime discussioni su “Unframing” è proprio questo: visto che l’industria non sembra ancora in grado di remunerare niente di diverso dalla ruota del criceto in cui siamo tutti prigionieri, l’unico modo per sfuggirne è correre noi, individualmente, ai ripari. Praticando lo “scorniciamento”, abbattendo la finestra in cui cercano di rinchiudere il nostro sguardo. Cosa che il libro prova a suggerire nell’ultimo capitolo, con un primo, sommario decalogo di abitudini da prendere per provare a venirne fuori insieme, o venire distrutti individualmente, come diceva Al Pacino (belle iniziali) in Ogni Maledetta Domenica.

Se vi capiterà per le mani, fatemi sapere cosa ne pensate. E’ una cosa che ho scritto più per parlarne con le persone, che per immaginare chissà quale impatto su un “sistema” che negli anni ha dimostrato di poter resistere a scossoni ben più importanti. Parliamone insieme, già nei prossimi appuntamenti in streaming. Li scrivo qui sotto così ce li ricordiamo tutti, sperando davvero di poterlo fare il prima possibile anche di persona :)

every house is someone else’s Starbucks.

Get the Medium app

A button that says 'Download on the App Store', and if clicked it will lead you to the iOS App store
A button that says 'Get it on, Google Play', and if clicked it will lead you to the Google Play store