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E se tutti questi video, alla fine, fossero un testo?

Cominciamo col dire che questo fatto di convocare un Barcamp vecchia maniera, senza sponsor, con gli interventi scritti su una lavagnetta, la serendipity e tutto il resto, aveva già messo molte cose al loro posto giusto. E’ anche indubbio che parecchio abbia inciso la location, un luogo che avevo già descritto come “la mia libreria ideale” prima che qualcuno mi facesse notare che esisteva già.

E’ stato tutto molto intenso eppure molto leggero. La gente che spuntava da mezza italia solo per il piacere di incontrarsi, partecipare, scambiare idee su un tema che evidentemente ci stava a cuore, il rapporto tra Web e Video.

Perché poi alla fine lo sappiamo tutti che è questa la partita che ci dirà se e quanto “internet sarà solo un’altra televisione”, coi vecchi e nuovi demiurghi a tirare i fili in qualche stanza segreta, e quanto invece resterà quel nostro folle sogno, di scrivere pagine libere da vincoli, pagine sempre e comunque di testo, come Mafe — inarrivabile padrona di casa — ha lasciato intendere nel suo talk.

Pagine di testo, dicevamo. Che rendono le immagini, fossero anche i sacri fotogrammi di Kubrick, “smontabili e rimontabili come il lego” (Gianandrea, applauditissimo).

Perché ammettiamolo: cinque o sei anni fa, mentre qui da noi qualcuno si lambiccava il cervello su come portare la televisione dentro internet, qualcun altro, specie dall’altra parte dell’Atlantico, iniziava a mettere su YouTube delle cose che se ne strafregavano del linguaggio televisivo o cinematografico, con parole, colori, ritmi e suggestioni che potevano voler dire solo una cosa: noi siamo liberi, non ci sono più vincoli, barriere o leve di business tra quello che vogliamo dire e chi ci ascolterà.

E quindi, prima ancora di porci il problema del modello economico, proviamo a scrivere una lingua nuova, con testi ad accesso casuale. Con inizi che diventano la fine e viceversa, format che non sono più format perché la forma la decide chi guarda, ed è chi guarda che trova e ricondivide il senso per gli altri, lontano anche mille miglia dagli eterni e universali “significati” stabiliti una volta per tutte da qualcuno per tutti gli altri.

E attenzione: non c’è fretta. Tanto chi ci nasce, con questi schermi in mano, lo saprà da solo cosa vedere, e quando, e quante volte, e a chi ricondividerlo, e quali emozioni trasmettere, creando, aggregando o ricondividendo. E chi se ne importa se l’industria metterà la testa sotto la sabbia e ci farà la guerra fredda, come ho provato a dire nel mio talk.

Intanto già oggi coi video potremo fare quello che vogliamo senza preoccuparci di quisquilie come la “televisione” e il “televisore”. Imparando dagli errori, e soprattutto senza fare dell’engagement un nuovo vincolo che si sostituisce ai vecchi.

Potremo metter su interi progetti di giornalismo indipendente, centrati sulle idee delle persone, come quello raccontato da Maria, con un approdondimento sui meccanismi che possono rendere virale un contenuto.

Oppure potremmo rispondere a chi prova a mettere in ginocchio il tuo business utilizzando le leve emotive del video: ce ne ha parlato Lorenzo, da anni alle prese con le crisi mediatiche dei clienti della sua agenzia.

E persino fare del video storytelling uno strumento di project management, o almeno questa è stata la suggestione di Carlo e Chiara.

Magari cercando, come ci hanno ricordato Davide, Fabrizio e Filippo nel panel finale, di trovare un sano equilibrio tra la tentazione di scrivere noi i nostri palinsesti e la sacrosanta voglia di farsi sorprendere ancora, non importa da chi o da cosa, in un eterna gara tra search e discovery.

Comunque mi raccomando, rifacciamolo al più presto. E rifacciamolo così, asciutto, magari anche letterario quanto basta ma non troppo autoriale. Perché se c’è una cosa che mi è piaciuta è che per una volta non ho avuto mai, proprio mai, la sensazione di persone che si parlassero addosso. Con tanti affettuosi saluti, per l’appunto, a chi sta per farmi notare che “autoriale” significa solo “inerente all’autore”.

every house is someone else’s Starbucks.

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