Due interpretazioni del “contromessaggio” di fine anno di Beppe Grillo

Non senza una buona dose di sconcerto, dopo il discorso di fine anno del Presidente Mattarella ho assistito anche al “discorso all’umanità” dell’ispiratore del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo.

il “Discorso all’umanità 2018” di Beppe Grillo

Lo sconcerto non riguarda, stavolta, i toni o l’astrusità della proposta politica, anche perché nel discorso in questione non c’è alcuna proposta politica, nessuna chiamata alle armi e nemmeno più la forza di insultare qualche potente, come avveniva in passato. C’è solo una sorta di rassegnata supercazzola, o forse dovremmo definirla una supercazzola sulla rassegnazione, che — passate 24 ore e quindi a mente più fredda — lascia aperto il campo, per quanto mi riguarda, a sole due possibili interpretazioni.

La prima interpretazione

Forse Grillo si sta progressivamente rendendo conto dei danni prodotti dalla sua creatura. Un movimento che lungi dall’aver messo da parte le opacità della politica che intendeva spazzare via, non solo le ha fatte proprie, moltiplicandole, ma le ha corredate con un livello di disprezzo delle istituzioni democratiche ormai testimoniato anche dai fatti e non solo dai proclami e dagli insulti.

Magari ingenuamente, ma mi ostino a immaginare che persino lui sia rimasto colpito dal modo in cui è stato gestito il calendario per la (non) discussione della legge di Bilancio in Parlamento. In fondo Grillo osserva e commenta la politica italiana da molti più anni rispetto alla gran parte degli esponenti del movimento. Ne ha viste tante insomma, ma mai di così grosse, e chissà che non si sia smosso qualcosa.

E’ proprio questo aspetto a lasciare aperto uno spiraglio all’ipotesi meno pessimistica, e cioè che il vuoto filosofico e comunque pneumatico del suo sproloquio, sorprendentemente privo di qualsiasi posizione sulle imbarazzanti imprese del governo gialloverde, potrebbe segnalare due svolte:

  • da un lato, una sua ulteriore presa di distanze, adesso anche nel merito, dopo la sostanziale sparizione dai palchi strettamente politici di un anno fa;
  • dall’altro, un puerile tentativo di negare le proprie responsabilità, o magari il primo segnale dell’ammissione di una sconfitta personale, di fronte a un soggetto politico ancor più lontano dagli interessi dei cittadini persino rispetto alla più detestabile vecchia politica, coi suoi desueti attrezzi ideologici a copertura.

La seconda interpretazione

C’è però un’altra ipotesi, molto più pessimistica, e anche molto più credibile visti i tempi che viviamo. Con questa estemporanea manifestazione, letteralmente muscolare oltre che vacuamente parolaia, Grillo non fa altro che confermarci l’unico vero riflesso condizionato che ispira le sue azioni: esserci, esistere mediaticamente. Contrastare in visibilità, per esempio, Matteo Salvini, che sta surclassando sotto questo aspetto tutti i suoi compari di Governo. Con la sua efficace strategia di gamification della contrapposizione tra sostenitori e indignati (con questi ultimi inconsapevoli alleati dei primi) Salvini sta mettendo una seria ipoteca sull’intera, sterminata area di consenso fondata sulla protesta populista. Un’area costruita negli anni con un sapiente mix di paure, ignoranze e risposte facili alle prime grazie alla persistenza delle seconde. Il tutto in salsa gioiosamente pop, proprio come una tartina alla Nutella.

Quello di “esistere mediaticamente” — si badi bene — fu esattamente lo stesso riflesso, la stessa leva emotiva che portò Beppe Grillo a fondare un movimento politico all’alba del terzo millennio: non si trattava nemmeno in minima misura del riscatto del Paese o dell’idea di una nuova politica più onesta e più vicina alla gente. Si trattava solo di una rivalsa personale: tornare alla ribalta, tornare su quei palchi e davanti a quelle oceaniche telecamere che alcuni dirigenti televisivi gli avevano sottratto. “Non mi mandate più in TV, perché è il potere che ve lo chiede” — sembrava dire. “E allora tornerò su milioni di piccoli schermi per togliervi da sotto i piedi quel potere di cui avete abusato: contro di me, e — così, per estensione — contro milioni di cittadini”.

L’ossessione dell’ala grillina dell’esecutivo per le epurazioni televisive (sai che novità) e per asfissiare finanziariamente la vecchia stampa degli editori impuri sarebbe dunque l’ultimo reale anello di congiunzione tra le manie grilline di ieri e i disastri del grillismo di oggi. Del resto, su quanto Grillo abbia usato internet in modo compulsivamente televisivo, in questi ultimi anni, mi sono già ampiamente speso in passato. Su quanto ciò renda ridicolo l’aver fatto di Grillo un simbolo della “nuova politica del web” (internet è esattamente il contrario di un blog dove non si risponde mai ai commenti) non vale nemmeno la pena di tornare.

Quello che ci rimane, in entrambi i casi, è la netta sensazione dell’ennesima fuga in avanti, dove naturalmente l’accento è sulla parola “fuga”, più che su “in avanti”. E’ un po’ quello che prova a fare anche Renzi, altro predatore della transizione mediatica impegnato in una complessa operazione di distacco: dalle sue responsabilità, dalle promesse mancate, ma anche da quei personaggi di cui si era circondato, e che ora ha esplicitamente abbandonato. Sperando forse di tornare “nuovo” in un ipotetica futura avventura elettorale, con nuovi cortigiani, e ovviamente lontana anni luce dal PD e da tutto ciò che ormai rappresenta.

La politica italiana, che mai come adesso avrebbe bisogno di contenuti (so che la parola “programmi” provoca l’orticaria ad alcuni), e di reali assunzioni di responsabilità rispetto agli stessi, appare oggi strozzata dal proliferare di questi distacchi e questi ossessivi “nuovismi”, di cui il triste e delirante messaggio di Beppe Grillo è solo l’ultima e più folkloristica manifestazione. Se ve lo state chiedendo, non ho la minima idea di dove queste ossessioni ci porteranno. Ma ho la quasi certezza che rimpiangeremo giorni come questi, in cui non riusciamo nemmeno a immaginarcelo.

every house is someone else’s Starbucks.

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