Dal diritto all’oblio al diritto alla memoria sociale. E soprattutto, dalle fake news alla fake relevance.

Ricordate quando, a cavallo del 2014–2015 passavamo il tempo ad arrovellarci sul tema del diritto all’oblio? Io lo ricordo benissimo.

Il tema, che era già presente nella discussione tra giuristi, entrò di prepotenza nel dibattito pubblico a seguito della decisione della Corte di Giustizia Europea, che nel 2014 chiese a Google la rimozione dagli indici di alcune pagine che riguardavano un cittadino spagnolo, Mario Costeja Gonzales.

Fu chiaro a tutti dopo quell’episodio che l’equilibrio ideale tra memoria individuale e memoria sociale, come lo chiamava il compianto Stefano Rodotà, avrebbe iniziato per la prima volta a pendere nettamente dal lato del dei diritti del singolo cittadino. Questi ultimi prevalevano infatti, secondo la Corte, non solo sull’interesse economico del motore di ricerca ma anche sull’interesse del pubblico a rintracciare una informazione correlata a un individuo.

Ecco vorrei tornare oggi su un tema che a quei tempi fu solo sfiorato, ma mai affrontato del tutto. Questo: come mai fino ad allora, quando diritti simili erano invocati da privati cittadini nei confronti dei media tradizionali, si dava quasi sempre ragione a questi ultimi, cioè al sacro diritto della collettività ad essere informati, purché questo avvenisse da un giornale di carta, o da un tubo catodico? Non sarà mica che il problema è il porre il tema dell’oblio in una “search”, alla portata e su iniziativa di tutti, da opporre a una precedente logica “discovery” (cioè col giornale che stabilisce a priori che tipo di “ripescaggio dal passato” è rilevante per noi)?

E, di conseguenza: perché solo un giornalista può stabilire cos’è il famoso “interesse generale” della notizia? E non sono, dopo 30 anni di infotainment spinto, ormai centinaia i casi in cui proprio loro, i media, per primi, hanno disatteso la nozione di “interesse generale” confezionando notizie (mi verrebbe da dire “notizie che non lo erano”) attraverso la sistematica violazione della privacy di molti cittadini, rivangando il loro passato contro la loro volontà? Perché se si riapre un’inchiesta sulla morte di un minore un cronista armato di microfono può tormentare la madre al citofono, ripreso da una implacabile telecamera? Perché in questo caso il diritto all’oblio continua a non essere prioritario rispetto al diritto alla memoria collettiva?

Il tema mi è particolarmente caro perché coincide con un’altra circostanza sorprendente, che ho provato ad approfondire in Oltre il Rumore. E cioè: finché il massimo della tecnologia al servizio della memoria di una notizia è una grande emeroteca, come quella della Biblioteca Nazionale Centrale a Roma, dove con un po’ di fatica si possono trovare le notizie scritte negli ultimi cent’anni, di diritto all’oblio quasi non si parla. Se ne parla diffusamente, nel senso che il tema entra nel dibattito pubblico, solo da quando esiste Google.

Non solo: proprio da quando le tecnologie digitali renderebbero possibile l’accesso anche ai grandi archivi pubblici multimediali, per esempio le teche RAI, sembra non vi sia alcuna volontà politica di garantire il diritto alla memoria sociale. Per consultare la parte digitalizzata dell’archivio, circa metà di tutto quello che è andato in onda, bisogna ancora recarsi in luoghi con postazioni apposite, come se fossimo tutti giornalisti o ricercatori con le mezze giornate da perdere a giocare a fare i giornalisti o i ricercatori. E questo accade anche se il contratto di servizio impone alla RAI di rendere disponibili i propri contenuti grazie alle tecnologie che si rendono via via disponibili, tra cui ovviamente il Web. Cosa che del resto accade con gli archivi della radiotelevisione pubblica in Francia, che sono da anni integralmente accessibili, a costi minimi, da casa. In RAI, invece, il processo di digitalizzazione va avanti a strappi, a seconda che in un dato momento politico sia opportuno considerare il progetto delle teche digitali strategico oppure un costo inutile. Quando il processo riparte, come ci hanno raccontato i responsabili RAI in un recente dibattito a Pisa, tutto il lavoro si svolge a regola d’arte. Ma poi ogni tanto si ferma, perché improvvisamente i soldi finiscono. E intanto il tempo passa, favorendo il decadimento della metà dei materiali ancora non digitalizzati, spesso vecchi ampex col nastro di ferrite.

Ecco, io credo che non ci sia il grado necessario di consapevolezza della gravità di questo problema della memoria sociale, non solo nel dibattito pubblico, ma anche nella comunità giuridica. Anche perché non solo i media tradizionali sembrano volerci educare alla smemoratezza, ma ormai anche le piattaforme di social media rendono sempre più difficile permettere agli utenti di ripescare contenuti dall’archivio. E questo perché anche Facebook e Twitter hanno tutto l’interesse a trattenere le nostre conversazioni su temi di stretta attualità, quelli che fanno più engagement e quindi più business per loro.

E’ così che è ormai rinnegata la funzione originaria del web che, coi suoi indirizzi statici, aveva quasi nel DNA la funzione di archivio naturale, perché quando pubblicavamo qualcosa avevamo la ragionevole certezza di poterlo ritrovare anche anni dopo. Oggi invece i sempre più numerosi broken links sono la testimonianza diretta di quanto sia sconfitta l’idea originaria, di pagine che si trovano in mille mondi diversi e che possono linkare per molti anni tra loro.

Luoghi davvero plurali, e non i tritacarne che sono oggi diventati Facebook e Twitter, veri e propri “walled garden” della smemoratezza. Piattaforme sempre più appiattite sull’agenda dei media, con la conseguenza nefasta che alla fine siamo tornati a discutere tutti i giorni delle 4–5 questioni di cui parlano i giornali, decise dal solito pugno di persone nelle redazioni degli stessi.

Abbiamo stabilito che godiamo sì della libertà di parola, purché si discuta di ciò che altri stabiliscono cosa sia rilevante per noi. Per questo credo che sia forse il caso di smetterla di parlare di fake news, e che sia opportuno approfondire il problema della fake relevance. E’ soprattutto su questo che stiamo perdendo la partita, che stiamo sprecando la grande opportunità della transizione digitale.

every house is someone else’s Starbucks.

every house is someone else’s Starbucks.