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Periscope è un oggetto strano. Per quanto mi dia arie da esperto di media, confesso di non averlo ancora capito granché, e non mi è affatto chiaro a che titolo ne parlerò al prossimo Internet Festival di Pisa. Soprattutto, non mi è affatto chiaro perché alcune persone, su Periscope, mi incuriosiscono, altre no, perché alcune persone mi annoiano, altre no.

L’altro giorno, per dire, mi sono imbattuto in una strana coppia di coniugi australiani, che ogni tanto improvvisano degli unplugged dei loro pezzi. Si chiamano Lovers electric: vivono in una casa un po’ trasandata di Adelaide insieme ai due figli, e sono un duo abbastanza affermato dalle loro parti.

Il punto è che adoro questa cosa che, mentre faccio colazione davanti al mio tablet, da loro è un’ora indecifrabile, nel senso che non ho il tempo nè la voglia di calcolarla, e a un certo punto mi arriva una loro notifica e so che li vedrò suonare in diretta per me e per un’altra ventina di sconosciuti in giro per il mondo.

Sì, una ventina, perché — nonostante la loro notorietà in Australia — hanno persino meno follower di me, che supero a stento i 200. Il loro account Periscope, evidentemente, non è gestito dalla casa discografica. La Universal non gli ha comprato seguaci, ovetti, utenti finti. E’ tutto vero, giocano con questo “coso” e suonano i loro brani in anteprima.

Magari la loro musica non è quella che ascolterei abitualmente, ma è il fatto di “avere a che fare con loro”, così improbabili, così distanti da me e dalle mie cose e dal mio noiosissimo paese, a rendermeli irresistibili. Si collegano senza la minima preparazione, parlano alla telecamera mentre i figli ruzzolano dallo skateboard sotto il tavolo, e loro non si preoccupano, sorridono, cantano e suonano.

Poi lei si inquadra il pancione, io commento “hey! what’s that lovely round thing?” e lei risponde “it’s our third!” con un sorriso autentico e orgoglioso, mentre lui chiosa “yes, we do music and kids!” e io gli scaravento addosso una valanga di cuori.

E allora poi mi viene da andare a cercarli altrove, e siccome siamo su Internet (e non in TV) li trovo, e scopro che sono in giro da un bel po’, e che sette anni fa pubblicavano un video in cui fanno finta di essere negli anni ’80, lui si agita davanti a un piccolo sintetizzatore manco fosse il tastierista dei Kraftwerk, lei ondeggia sinuosa, platinatissima e sexy come Debbie Harry, e non riesco a staccare gli occhi dai suoi. E’ colpo di fulmine, li amo.

Non c’è un motivo particolare, o meglio generale, per amarli. Però c’è per me. Hanno tutto: la genuinità, la scanzonatezza, la parodia dei “miei” anni ’80, l’informalità degli unplugged in diretta in questi anni disillusi. La voglia di essere famiglia, e al contempo quella di essere sexy: non per tutti, solo per pochi, per chi rimane vittima del coup de foudre. Voglia, e anche capacità, di creare senso per qualcuno, senza dover per forza conquistare le folle, le masse, il mercato. Fuori dai vincoli, liberi dalle time zones, senza tempo, fuori da tutte le stagioni, da tutti i giorni e da tutte le notti. Un monumento alla melatonina, insomma.

Tutto questo non sarebbe possibile senza Internet. Perché non è detto che la globalizzazione debba essere per forza una cosa cattiva, anzi. Ogni tanto è proprio la Rete a prenderci in braccio e aprirci la mente e il cuore, a farci venire i colpi di fulmine come quando incontriammo quella ragazza coi ricci sull’autobus, e lei ci sorrise ma poi sparì dietro le porte e non la vedemmo mai più.

L’importante è che nessuno abbia stabilito che saremmo saliti proprio su quell’autobus, a quell’ora del giorno o della notte. Questa è, sarebbe, la nostra salvezza, prima che qualcuno torni a stabilire cosa è giusto per me, per ciascuno di noi, per costruirci intorno “una strategia commerciale” o qualche altra nefandezza del genere. Non dimentichiamolo.

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