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Cosa penso di quello che pensate dei Festival.

Con l’avvio dell’estate, in questa specie di dibattito ciclico in cui siamo imprigionati, dove tutto torna puntualmente ogni anno, è ripartita la polemica sui Festival. Servono? Non servono? Sono troppi? Sono troppo pochi? Ci avvicinano o ci allontanano alla cultura? La impreziosiscono? La mortificano? La banalizzano? La spettacolarizzano? La commercializzano?

E ancora, come si chiede Michele Serra sull’ultimo numero di Robinson, esiste una correlazione tra incontri con gli autori e il consumo di libri? E se, come Serra scommette, non esiste, anzi — la cultura consumata dal vivo toglie tempo e spazio alla lettura integrale di un libro, cosa a cui ci siamo disabituati indovinate per colpa di cosa — allora vuol dire che gli autori sono solo star (e infatti ci sono le code per andarli a sentire dal vivo)? che ci interessa solo la sua firma con dedica sulla nostra copia, come in una sorta di selfie, solo appena più nobile?

Anche dopo aver letto la puntuale risposta di Massimo Mantellini sul tema, mi rimane la sensazione che il tema dei Festival venga visto e analizzato sempre più o meno dalle stesse angolazioni. Ci interessa, per cominciare, la “questione letteraria”. Ma in un qualsiasi dibattito pubblico, incastonato o meno che sia in un evento “a tema” (i media, la comunicazione, la filosofia, o addirittura “la mente”, come a Sarzana, solo per fare qualche esempio) ci sono persone ben titolate a parlare anche se non scrivono libri. E quindi tutto il ragionamento per cui andremmo sempre e solo a fare le code per incontrare gli autori-star, è l’analisi della parte di un tutto un po’ più complesso e articolato.

Poi c’è quest’altro argomento di Serra che mi convince poco.

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da “La cultura portata in piazza”, di Michele Serra — Robinson del 6.7.2019

Ecco cosa non mi convince. Da un lato è vero che il fatto stesso di uscire di casa per recarsi a un festival comporta l’investimento in un racconto strutturato, di sicuro un buon antidoto alla frammentazione del consumo dei contenuti che impera davanti a qualsiasi schermo, spingendoci spesso, ma non sempre, a fruizioni effimere e superficiali. E’ però anche vero che molti di questi Festival(per esempio quello dedicato al giornalismo, a Perugia, o lo stesso Internet Festival di Pisa) prevedono eventi in concomitanza. Questo ha non solo il pregio di permetterci di costruire un percorso sulla base dei nostri interessi verso gli argomenti o anche verso singoli relatori, ma anche quello di poter contare su una scappatoia rispetto all’evento-superstar e alle sue inevitabili, temute ma anche spesso desiderate, code. Chi ama le code (e gli italiani le amano, fidatevi), affollerà il dibattito per il fatto stesso che ci sia la coda per entrare. E per questo tipo di pubblico, che insegue le star, il tema è già pronto come il cartoccio della rosticceria: si parlerà di quello di cui si parla sui giornali quel giorno, anche perchè il moderatore non potrà sottrarsi, nella scelta delle domande, all’agenda dell’informazione quotidiana. Col risultato che se si intervista l’autore di un libro sul fine vita e sull’eutanasia, state pur certi che a un certo punto si parlerà di Salvini, dell’invasione migratoria, e perché no dei pericoli del web, che in questi casi sono un po’ come il prezzemolo. E poi giù a farsi firmare il libro che quasi sempre non leggeremo.

Chi ha in testa un proprio percorso invece, cercherà i Festival che offrono delle alternative rispetto a questo schema. Spulcerà il programma e sarà attratto da relatori magari sconosciuti, per sentire il loro punto di vista e scoprire angolazioni diverse sui temi di proprio interesse. E pazienza se poi verrà accusato di starsene sempre nella propria bolla, nella propria confort zone culturale. Anche perché non c’è peggiore confort zone di chi crede di poter stabilire cosa sia una confort zone per gli altri.

Ricapitolando, appare evidente che esistono dunque due tipi di festival ben distinti: quello “lineare”, del cui successo e conseguente moltiplicazione non è il caso di sorprendersi, per la semplice ragione che si tratta di una mera trasposizione del collaudatissimo format del talk show, ma in carne ed ossa, imposto a una folla pronta a ridere ed applaudire, più che a riflettere; e poi quello “simultaneo”, ancora largamente minoritario, in cui si va ancora alla ricerca di parole, persone, punti di vista in grado di stupirci. E dove per farlo, surprise surprise, si può scegliere. E sceglieremo non sulla base della bulimia da telecomando che ormai governa le grandi piattaforme di social networking, ma con la stessa riflessiva, cosciente serendipity con cui ancora qualcuno si ostina a usare il web, o quantomeno quella parte di web che somiglia ancora di più a una libreria che a una televisione. Per poi portarsi a casa spunti, appunti, persino link dove continuare quei percorsi, fino al prossimo appuntamento “su strada”. E magari anche qualche amicizia “guidata” da un contenuto scelto, da un interesse comune, e non dall’eterna appartenenza omologatrice di chi stabilisce il talkabout obbligatorio per le grandi folle.

Sulle considerazioni di Mantellini, e cioè che il Festival non siano affatto una boccata d’ossigeno per un paese culturalmente depresso, e al massimo una isntitiva forma di resistenza al vuoto pneumatico dei media di massa (e dei loro riflessi condivisi in rete) sono in larga misura d’accordo. Mi limito ad aggiungere che a mio parere i Festival, sia quelli grandi, sia quelli piccoli e disseminati nei piccoli centri, siano molto preziosi. Per un motivo o per l’altro, sono tornati a farci uscire di casa utilizzando la leva di un contenuto socialmente rilevante, e questo è moltissimo. Per decenni abbiamo creduto che la socialità fosse incompatibile con un contenuto. Prima il nemico era il vecchio supporto: non si socializza quando si legge un libro o un giornale, né quando si guarda la tv. E persino al cinema si sta zitti, al buio, al massimo si discute del film dopo, davanti a una pizza. Oggi diciamo che internet è nemica della socialità, che questi piccoli schermi ci allontanano invece che avvicinarci. Che ci spingono alla contapposizione sterile, invece che allo scambio e al dialogo che potrebbe arricchirci.

Su quante riserve io abbia su questo modo di vedere le cose mi sono speso anche troppo. Però proviamo a ragionare su un fatto incontrovertibile. Prima di internet, prima di una infrastruttura a due vie che, almeno tecnicamente, permetterebbe non solo il dialogo, ma la scelta di percorsi culturali non eterodiretti, questi festival, questi incontri pubblici praticamente non esistevano. Avevamo a casa la tv, che ci diceva tutto quello che dovevamo sapere, e poi se si usciva, si usciva per parlare con gli amici, spesso di quello che vedevamo in tv. Esistevano, certo, delle alternative, tutte molto strutturate: la partecipazione politica, o quella religiosa. A volte la militanza. Oppure, per pochi, un giro in libreria. Ma alla fine di questo si trattava: la TV, oppure la sezione, la parrocchia, la manifestazione, gli scout, il campo sportivo, il cinema, la pizza con gli amici. Adesso c’è un altra forma, un altro modo di stare insieme, intorno alla parola, alle cose che delle persone che riteniamo interessanti hanno da dirci. Non mi pare poco. Non so voi, ma io direi di tenercela stretta.

every house is someone else’s Starbucks.

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