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Attenti a Google Backdrop: it’s here to stay.

Se avete una Chromecast, la chiavetta di Google che permette di fruire contenuti del web sullo schermo del soggiorno, sicuramente avrete notato cosa succede quando la chiavetta è collegata, ma non state facendo nulla. Dopo un po’, l’ultima applicazione — per esempio YouTube — che stavate usando si spegne da sola e parte un simpatico slideshow con immagini di Google Earth, Google+, Google Cultural Institute o anche provider esterni con cui Google ha stretto degli accordi, come per esempio Getty Images. Ogni immagine è accompagnata da una breve descrizione, ed utilizzando il device mobile che funge da telecomando è possibile ottenere immediatamente degli approfondimenti sul second screen, che di solito visualizza la pagina che ha originato l’immagine, permettendo così di ricondividerla. Questo servizio si chiama Backdrop, e di primo acchito non suscita particolari entusiasmi, venendo assimilato a una sorta di semplice photoframe che si attiva in attesa di un nostro nuovo comando sulla Chromecast.

Da qualche tempo Google ha introdotto, senza grossi proclami, la possibilità di personalizzare le fonti da cui Backdrop seleziona le immagini, scegliendo tra varie sorgenti in continua crescita, man mano che si allargano le alleanze che Mountain View stringe con vari partner. L’ultima novità è poter utilizzare come fonti i canali di Play Edicola che seguiamo, col risultato di avere una sorta di slideshow-telegiornale che scorre silenzioso sul flatscreen: con immagini — nel mio caso — dal Guardian, da La Stampa, da Engadget, ecc.

Perché per fortuna — e qui vengo al punto — in casa molto spesso facciamo altro piuttosto che essere davanti a un grande o piccolo schermo, impegnati a interagire di nostra iniziativa. Altrettanto spesso lasciamo però il flatscreen acceso, tradizionalmente su qualche canale che non richiede un investimento in un racconto (la prima MTV, ma oggi sempre più spesso i canali all-news, come accade nelle hall degli alberghi, o negli aeroporti). Mentre facciamo le nostre cose in casa, a volte lo schermo ruba la nostra attenzione con l’audio, o con l’omnipresente newsticker delle breaking news.

Con la personalizzazione di Backdrop, Google si propone di mettere il piede in un campo finora molto trascurato dai grandi player della rete: quello delle “fruizioni distratte” su cui peraltro già da decenni, dai tempi del Jerry Springer Show, si gioca una buona fetta del mercato televisivo. L’idea è quella di portare questa attenzione casuale fuori — appunto — dal mercato della tv, attribuendo anche al web un ruolo nella composizione dei cosiddetti “schermi passivi”. Che — si badi bene — non sono solo quelli che abbiamo in casa, ma anche per esempio quelli luminosi di Times Square e Trafalgar Square, che giustificano la loro costosa esistenza grazie ai milioni di occhi su cui si posano ogni giorno.

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Provate infatti a immaginare cosa può accadere se quello schermo passivo, quello di Backdrop per intenderci, diventasse la nostra Times Square portatile e intelligente. Se quindi, a regime, dovesse spuntare da tutti i device android, quando non prendiamo l’iniziativa per usarli: non solo smartphone e tablet, ma anche pareti, frigoriferi, finestre, attivandosi al nostro passaggio. Con in più la possibilità di sapere in qualsiasi momento dove siamo, di cosa abbiamo bisogno, magari integrando i già abbastanza promettenti contenuti context-based di Google Now.

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Già oggi, come vedete qui sopra, Chromecast sta conquistando la nostra attenzione su uno schermo — quello del salotto — che era stato costruito per spartirla tra pochi provider televisivi in competizione tra loro. Ora pensiamo a cosa potrebbe accadere se Google Backdrop, appoggiato sull’immenso ecosistema di servizi, contenuti e social graph di Google dovesse diventare, come tutto lascia immaginare, lo standard di fatto di queste nostre fruizioni distratte. Distratte, beninteso, fino a quando non veniamo stupiti dalla sua capacità di cogliere i nostri bisogni in ogni luogo, in ogni momento. Perché da quel click parte un una esperienza pregiata per noi (cui viene risparmiato lo sforzo cognitivo di “decidere cosa vorremmo vedere”, ennesimo trionfo del discovery sul search), ma si sprigionano anche ulteriori dati pregiati — per Google, ovviamente.

Con ogni probabilità a quel punto non si chiamerà più “Backdrop”. Ma potrebbe essere entrato, trovando un sottile equilibrio tra valore e discrezione, in ogni anfratto nostre vite. Per rimanerci a lungo.

every house is someone else’s Starbucks.

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