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Massimo Russo e Jeff Jarvis al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, 18.4.2015

A Perugia, forse, abbiamo scavallato

Torno dal Festival Internazionale del Giornalismo 2015 con sensazioni ancora accatastate molto alla rinfusa, e forse dovrei aspettare qualche altro giorno per una analisi a mente fredda. Ma di “freddo” c’è stato davvero poco, quest’anno, a Perugia. Anzi, per la prima volta — almeno per quanto mi riguarda — la sensazione di qualcosa non solo di grande, ma anche di vivo e in grado di smuovere la coscienza profonda dei media è stata netta, senza lasciarci alle spalle quel retrogusto di “vorrei ma non posso” degli anni scorsi.

Stavolta, riflettendo sull’Autosole per tornare a casa, tutto ciò per cui in tanti ci siamo spesi per anni, in particolare sulla necessità dei media di adeguarsi a un cambiamento dirompente, mi è apparso non più la conclusione, ma la premessa. Qualcosa che inizia a essere dato per acquisito, delle nuove fondamenta su cui è possibile davvero costruire qualcosa di diverso. Insomma, forse stavolta abbiamo scavallato sul serio.

Del resto, provando a concentrarsi sugli indicatori qualitativi del Festival (i risultati quantitativi sono sotto gli occhi di tutti) un primo segnale importante è la netta riduzione dei “tromboni”. Sapete benissimo chi intendo: quei giornalisti che per quasi dieci anni si sono avvicendati su quegli stessi palchi per ricordarci che i social media non hanno nulla a che fare con le notizie, trattandosi di un semplice sfogatoio per frustratissimi wannabes. Solo l’irruzione sulla scena mediatica di Beppe Grillo, che fornì a una trita narrativa la rappresentazione ideale di “questo tipo di web” è stata in grado di prolungare l’agonia dello schema di pensiero neoluddista. Ma magari è la volta buona che ce lo siamo definitivamente lasciato alle spalle. Che la terra gli sia lieve.

L’altro aspetto interessante è che sembra essere finalmente meno netta la frattura tra i panel internazionali, dove in tutti questi anni abbiamo sentito parlare con crescente naturalezza di data journalism e fact checking, e i dibattiti in italiano, tradizionalmente schiacciati dall’incombenza del sempiterno teatrino della contrapposizione politica.

E qui bisogna ringraziare alcuni dei relatori per aver scelto temi nuovi, forzando un passaggio quanto mai necessario. Valga per tutti il tema dell’interferenza tra nuova propaganda e nuova informazione, affrontato con grande dimestichezza da Fabio Chiusi, Giovanna Cosenza e Giovanni Boccia Artieri. In quello che a mio avviso è stato il miglior panel sulla comunicazione politica degli ultimi anni sono emersi aspetti fondamentali, come la capacità della renzianissima “macchina dell’ottimismo” di mettere in campo tutta una nuova generazione di re-intermediatori, che permettono di creare e controllare nuovi canali di consenso e di cavalcare nuovi user trend.

Allargando la prospettiva, ho trovato illuminante il keynote di Jeff Jarvis che ha puntato il dito su tutte le occasioni perse della rivoluzione digitale, ancora largamente governata da chi ha ancora molti soldi da investire ma scarsissima cultura conversazionale. Quella di Jarvis mi è parsa una fierissima difesa di principi che hanno ormai oltre quindici anni di vita (le 95 tesi del Cluetrain Manifesto, recentemente rivisitate dai loro stessi autori) e che pur avendo perso la loro notiziabilità originaria mostrano nei fatti tutta la loro resistenza alle intemperie della contrastatissima transizione in atto.

Passando a questioni meno epocali e più personali, il mio contributo al festival è stata la partecipazione a un confronto sul rapporto tra social media e talk show televisivi e radiofonici. Con Alberto Marinelli, Marianna Aprile, Rosa Polacco e Antonella Di Lazzaro abbiamo provato a capire in che modo è possibile sconfiggere l’atavica diffidenza dei broadcaster verso il secondo schermo partendo da un fatto certo: con tre o quattro schermi già presenti nel salotto di casa, la distrazione rispetto al contenuto televisivo è un dato acquisito. Ebbene, le ultime evidenze dimostrano che riportare il valore della conversazione all’interno di un format, senza con ciò metterne in discussione l’elemento autoriale, è un modo per combattere — e non facilitare — il temutissimo “furto d’attenzione”. Come dire: le scuse sono finite, e meno male visto che alcune recenti esperienze (come Millennium su RaiTre e Tutta la città ne parla, la trasmissione del mattino di Radio3) mostrano come il coraggio di interagire in tempo reale con chi ha uno di questi schermi per le mani può rivelarsi una carta vincente.

Ora per me, e mi auguro anche per molti di voi, si apre la placida stagione in cui guarderò on-demand tutti i panel che mi sono perso, tipicamente su un tablet pericolosamente poggiato sul bordo di una vasca da bagno. Cosa che sarà possibile grazie all’immenso sforzo di un gruppo di pazzi sconsiderati — dal punto di vista della sfida tecnica — come Fabrizio Ulisse, Pierangelo Valente, Lisa Miraldi e altra gente per cui “impossible is nothing”, anche ciò che viene considerato tale da aziende molto più grandi della loro. In ogni caso, penso che quest’anno si sia seminato parecchio. Vedremo quanto in fretta il mondo dell’informazione saprà coglierne i frutti.

every house is someone else’s Starbucks.

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